martedì 29 settembre 2015

Brett Haubrich, 12 anni: “Penso che Dio mi abbia fatto più forte del mio tumore al cervello”

12enne malato di tumore, “prete per un giorno”




“Penso che Dio mi abbia fatto più forte del mio tumore al cervello”, ha dichiarato Brett Haubrich


Tutto il tuo mondo crolla perché non hai mai pensato che potesse accadere”. Così Eileen Haubrich ha commentato la malattia di suo figlio Brett, di 12 anni, un tumore al cervello inoperabile che il bambino sta combattendo con tutte le sue forze.

La malattia è stata diagnosticata lo scorso anno, e Brett si è già sottoposto a vari cicli di chemioterapia e radioterapia.
Ha affrontato ogni ciclo come se fosse un giorno qualsiasi”, ha commentato il papà Conrad. “Ha preso le sue medicine sapendo che dopo pochi giorni si sarebbe sentito male”.

La malattia impedisce a Brett di dedicarsi al suo sport preferito, il football, perché soffre di brevi perdite di memoria occasionali.
Il mio tumore al cervello è terribile. Lo odio”, ha confessato Brett. “Mi frustra tantissimo il fatto di dimenticare le cose”.



Fede rafforzata
La difficilissima esperienza che sta vivendo ha tuttavia rafforzato il suo rapporto con la fede e con la Chiesa.
Uno dei sogni di Brett è già diventato realtà. La fondazione Make-A-Wish, infatti, lo ha aiutato in primavera a diventare “sacerdote per un giorno” con l’arcidiocesi di St. Louis (Aleteia, 16 aprile 2015).

Speranza per il futuro
L’ultima risonanza magnetica sostenuta da Brett non ha mostrato segni di tumore. 
Il bambino si è ripreso, e spera di tornare un giorno sul campo di football.
Sono grato per come Dio mi ha permesso di riprendermi. 
Mi ha fatto ristabilire molto bene. 
Molti bambini non hanno questa possibilità”, ha affermato.
È un vero miracolo che vada così bene”, ha detto la mamma, attribuendo questo risultato anche a tutte le preghiere ricevute da tutto il mondo, a quelle della famiglia e all’intercessione dei santi, Padre Pio in testa.
Brett prega ogni sera Padre Pio; è il nostro santo preferito”, ha confessato Eileen, aggiungendo che lei e il marito ungono Brett con olio benedetto in onore di Padre Pio e hanno anche una sua reliquia.

Fonte : Muniat intrantes Crux Domino famulantes

lunedì 28 settembre 2015

Il demonio: "Tu non andrai a celebrare la Messa tradizionale" !

Siamo ormai abituati alla strenua opposizione delle anziane ma ancora agguerrite truppe moderniste contro la liturgia tradizionale. Adesso si è messo a scimmiottarli il diavolo in persona.  
Sentite questo fatto realmente accaduto.

Tempo fa un prete è andato in pellegrinaggio presso un celebre santuario. 
Nel pomeriggio, mentre si stava avviando verso l'auto per tornare presso la sua parrocchia per celebrare la Messa tradizionale, improvvisamente una sconosciuta donna ossessa dal demonio l'ha bloccato e ha incominciato a gridare: “Tu non ci andrai! Tu non ci andrai!” 
Il prete ha benedetto l'ossessa ed è riuscito a calmarla, riuscendo così a poter tornare in parrocchia per celebrare il Santo Sacrificio secondo il rito romano tradizionale.

Questo fatto è emblematico. 
La bestiaccia infernale, dopo aver aizzato per anni modernisti, progressisti e massoni, adesso addirittura tenta di ostacolare l'avanzata della Messa tridentina minacciando rabbiosamente i preti di stampo tradizionale. 
Se quell'imbecille di Beelzebub odia così tanto la “Messa di sempre”, evidentemente si è accorto del gran bene spirituale che produce nelle anime. 

La prossima volta che un modernista dirà a qualcuno dei nostri: “Questa Messa tridentina non s'ha da fare!”, bisognerebbe fargli comprendere con che razza di compagno fa fronte comune. 
Ma forse sarebbe inutile, visto che per i seguaci dell'eresia modernista il diavolo non esiste.

Comunque, le minacce da parte di modernisti e demoni non ci spaventano. 
Noi militiamo sotto il vessillo di Cristo Re, il quale promise: “portae inferi non praevalebunt!
 
Fonte : Cordialiter 

sabato 26 settembre 2015

Il gatto e la volpe e la "presidenza del pianeta"

 IL GATTO E LA VOLPE

Quanta fretta, ma dove corri, dove vai ?
Se ci ascolti per un momento, capirai,
lui è il gatto, ed io la volpe,
stiamo in società, di noi ti puoi fidar.
Puoi parlarci dei tuoi problemi, dei tuoi guai
i migliori in questo campo siamo noi
è una ditta specializzata
fai un contratto e vedrai
che non ti pentirai...
Noi scopriamo talenti e non sbagliamo mai
noi sapremo sfruttare le tue qualità
dacci solo quattro monete
e ti iscriviamo al concorso
per la celebrità...!
Non vedi che è un vero affare
non perdere l'occasione
sennò poi te ne pentirai.
Non capita tutti i giorni
di avere due consulenti
due impresari, che si fanno
in quattro per te...!
Avanti non perder tempo firma qua
è un contratto, è legale, è una formalità
tu ci cedi tutti i diritti
e noi faremo di te
un divo da hit parade !
Quanta fretta, ma dove corri, dove vai ?
Che fortuna che hai avuto ad incontrare noi
lui è il gatto ed io la volpe
stiamo in società, di noi ti puoi fidare...
di noi ti puoi fidar...
di noi ti puoi fidar...

( Testo e musica di  Edoardo Bennato )


venerdì 25 settembre 2015

Il Papa. Canonizzazione equipollente di San Junipero Serra a Washington

Il Papa canonizza padre Junipero: "Fu esempio di Chiesa in uscita. Difese i nativi"
Nella Messa di canonizzazione del missionario francescano, Francesco esorta a "non anestetizzare il cuore" e vivere la gioia del Vangelo "donandosi".
Proprio come l'"apostolo della California"
Di Antonio Gaspari
Washington, 24 Settembre 2015 (ZENIT.org)
Oggi ricordiamo uno di quei religiosi che ha saputo testimoniare in queste terre la gioia del Vangelo: Padre Junipero Serra”. Quando in Italia era già notte, Papa Francesco, nel Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione, a Washington, ha presieduto la Messa e il rito di canonizzazione del missionario francescano spagnolo vissuto tra il 1713 ed il 1784 considerato "l'apostolo della California".
Professore di teologia, scelse di andare tra gli indigeni, li difese, li educò, li amò.
Fu beatificato da Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988 e oggi Francesco ha deciso di elevarlo agli onori degli altari, con una canonizzazione equipollente, in una funzione partecipata da numerosi fedeli.
Tra questi, il vice presidente degli Stati Uniti, il cattolico Joe Biden, e tre giudici della Corte Suprema, il presidente John Roberts, Anthony Kennedy e Sonia Sotomayor.
Padre Junipero - ha detto il Papa nella sua omelia - “ha saputo vivere quello che è ‘la Chiesa in uscita’, questa Chiesa che sa uscire e andare per le strade, per condividere la tenerezza riconciliatrice di Dio”. 
Lui “ha saputo lasciare la sua terra, le sue usanze, ha avuto il coraggio di aprire vie, ha saputo andare incontro a tanti imparando a rispettare le loro usanze e le loro caratteristiche”. 
Ha imparato a generare e ad accompagnare la vita di Dio nei volti di coloro che incontrava rendendoli suoi fratelli”. 
Non solo, il francescano - ha sottolineato Bergoglio - “ha cercato di difendere la dignità della comunità nativa, proteggendola da quanti ne avevano abusato. Abusi che oggi continuano a procurarci dispiacere, specialmente per il dolore che provocano nella vita di tante persone”.
Sempre avanti” era il motto che guidava la vita di Serra, che infatti è stato sempre avanti nel vivere e comunicare la gioia del Vangelo. Una gioia che si riverbera nella esortazione di Papa Francesco ad “essere lieti”. 
Per farlo - ha aggiunto - bisogna evitarel’anestetizzazione del cuore”: 
"C'è qualcosa dentro di noi che ci invita alla gioia e a non adattarci a palliativi che cercano semplicemente di accontentarci".
Il Santo Padre ha quindi ricordato l’invito di Gesù ad “andare ed annunciare la gioia del Vangelo, donandola e donandosi” a tutti, in tutte le nazioni, "senza fare distinzioni tra quelli che sono degni o no di ricevere il suo messaggio". 
Gesù - ha rimarcato - non ha prospettato una vita “imbellettata, decorata, truccata”, ed ha invitato i suoi discepoli ad “andare e abbracciare in suo nome”. 
Invito valido ancora oggi: “Andate agli incroci delle strade, andate… - ha ribadito il Pontefice - andate ad annunciare senza paura, senza pregiudizi, senza superiorità, senza purismi a tutti quelli che hanno perso la gioia di vivere, andate ad annunciare l’abbraccio misericordioso del Padre”. “Andate – ha proseguito - da quelli che vivono con il peso del dolore, del fallimento, del sentire una vita spezzata e annunciate la follia di un Padre che cerca di ungerli con l’olio della speranza, della salvezza... Andate ad annunciare che gli sbagli, le illusioni ingannevoli, le incomprensioni, non hanno l’ultima parola nella vita di una persona. Andate con l’olio che lenisce le ferite e ristora il cuore”.
Per Francesco, la missione “non nasce mai da un progetto perfettamente elaborato o da un manuale molto ben strutturato e programmato; la missione nasce sempre da una vita che si è sentita cercata e guarita, trovata e perdonata. La missione nasce dal fare esperienza una e più volte dell’unzione misericordiosa di Dio”. 
E “la vita – ha concluso il Papa - si accresce donandola e si indebolisce nell’isolamento e nella comodità”.

Fonte : ZENIT

mercoledì 23 settembre 2015

Il Papa a Washington "guai a noi se facciamo della Croce un vessillo di lotte mondane"

Il Papa incoraggia i vescovi degli Usa. Nel discorso a loro rivolto, in italiano, nella cattedrale di San Matteo Apostolo a Washington, ha detto: “sappiate che il Papa vi accompagna e vi sostiene”, e poi li ha inviati a difendere la causa dei poveri, degli immigrati, la famiglia, a lottare contro l’aborto. Alessandro Guarasci:
“Non sono venuto per giudicarvi o per impartirvi lezioni….Consentitemi soltanto, con la libertà dell’amore, di poter parlare come un fratello tra i fratelli”. 
Francesco incontra i vescovi Usa e usa parole di incoraggiamento nei loro confronti, consapevole delle tante sfide che li attendono.
Momenti oscuri
“Sono consapevole del coraggio con cui avete affrontato momenti oscuri del vostro percorso ecclesiale senza temere autocritiche né risparmiare umiliazioni e sacrifici, senza cedere alla paura di spogliarsi di quanto è secondario pur di riacquistare l’autorevolezza e la fiducia richiesta ai Ministri di Cristo, come desidera l’anima del vostro popolo – ha detto il Pontefice con tono conciliatorio - So quanto ha pesato in voi la ferita degli ultimi anni, e ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti, e per continuare a operare affinché tali crimini non si ripetano mai più”.
Compito non facile evangelizzare l'America  
L’America, fin da quando fu scoperta, è stata terra da evangelizzare, fatta di contrasti e opportunità. 
Dunque, Francesco afferma di conoscere la fatica “di seminare il Vangelo nel cuore di uomini provenienti da mondi diversi, spesso induriti dall’aspro cammino percorso prima di approdare. 
Non mi è estranea la storia della fatica di impiantare la Chiesa tra pianure, montagne, città e suburbi di un territorio spesso inospitale, dove le frontiere sono sempre provvisorie, le risposte ovvie non durano e la chiave d’ingresso richiede di saper coniugare lo sforzo epico dei pionieri esploratori con la prosaica saggezza e resistenza dei sedentari che presidiano lo spazio raggiunto. 
Come ha cantato un vostro poeta: ‘ali forti ed instancabili’, ma anche la saggezza di chi ‘conosce le montagne’”.
Non abbiate paura, ricercate l'unità  
Anche con i vescovi Usa il Papa torna a parlare di una Chiesa in uscita e chiede loro di essere “pastori vicini alla gente”, facendo si’ che i sacerdoti non si “accontentino delle mezze misure”. Dunque, "guai a noi se facciamo della Croce un vessillo di lotte mondane". ( ??? ....N.d.R.)
Francesco aggiunge di sapere bene “che  numerose sono le vostre sfide, che è spesso ostile il campo nel quale seminate, e non poche sono le tentazioni di chiudersi nel recinto delle paure, a leccarsi le ferite, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze. 
E, tuttavia, siamo fautori della cultura dell’incontro”. 
La Chiesa non ha che una via per far conoscere a tutti il Vangelo: il dialogo.  
E allora ecco che per Francesco non bisogna avere paura di “compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro né capire fino in fondo che il fratello da raggiungere e riscattare, con la forza e la prossimità dell’amore, conta più di quanto contano le posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze”. 
Un dialogo che vale anche all’interno della Chiesa, perché “la nostra missione episcopale è primariamente cementare l’unità,… 
È un imperativo, pertanto, vegliare per tale unità, custodirla, favorirla, testimoniarla come segno e strumento che, di là di ogni barriera, unisce nazioni, razze, classi, generazioni”.
Non è lecito evadere da questioni fondamentali  
Le sfide per la Chiesa, negli Usa come nel resto del mondo, sono tante, ma non bisogna perdere di vista alcuni importanti obiettivi. “Le vittime innocenti dell’aborto, i bambini che muoiono di fame o sotto le bombe – dice il Papa - gli immigrati che annegano alla ricerca di un domani, gli anziani o i malati dei quali si vorrebbe far a meno, le vittime del terrorismo, delle guerre, della violenza e del narcotraffico, l’ambiente devastato da una predatoria relazione dell’uomo con la natura, in tutto ciò è sempre in gioco il dono di Dio, del quale siamo amministratori nobili, ma non padroni. 
Non è lecito pertanto evadere da tali questioni o metterle a tacere. Di non minore importanza è l’annuncio del Vangelo della famiglia che, nell’imminente Incontro Mondiale delle Famiglie a Filadelfia, avrò modo di proclamare con forza insieme a voi e a tutta la Chiesa”.
Attenzione agli immigrati  
Gli Usa ancora oggi continuano ad essere terra di immigrazione, soprattutto per chi arriva dai paesi dell’America Latina. 
“Anche adesso nessuna istituzione americana fa di più per gli immigrati che le vostre comunità cristiane – dice il Papa - Ora avete questa lunga ondata d’immigrazione latina che investe tante delle vostre diocesi. Non soltanto come Vescovo di Roma, ma anche come Pastore venuto dal sud, sento il bisogno di ringraziarvi e di incoraggiarvi. 
Forse non sarà facile per voi leggere la loro anima; forse sarete messi alla prova dalla loro diversità. 
Sappiate, comunque, che possiedono anche risorse da condividere. 
Perciò accoglieteli senza paura”.
(Da Radio Vaticana)

lunedì 21 settembre 2015

Il Papa "Al termine della Santa Messa, in cui Gesù si è nuovamente donato a noi con il suo corpo e sangue, rivolgiamo ora il nostro sguardo alla Vergine, nostra Madre".

PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Plaza de la Revolución, La Habana
Domenica, 20 settembre 2015



Ringrazio il Cardinale Jaime Ortega y Alamino, Arcivescovo di L’Avana, per le sue parole fraterne, come pure i miei fratelli Vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici. 
Saluto anche il Signor Presidente e tutte le autorità presenti.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo come i discepoli avevano paura di interrogare Gesù quando parlava della sua passione e della sua morte. 
Li spaventava e non potevano comprendere l’idea di vedere Gesù soffrire sulla croce. 
Anche noi siamo tentati di fuggire dalle nostre croci e dalle croci degli altri, di allontanarci da chi soffre. 
Al termine della Santa Messa, in cui Gesù si è nuovamente donato a noi con il suo corpo e sangue, rivolgiamo ora il nostro sguardo alla Vergine, nostra Madre. 
E le chiediamo che ci insegni a stare vicino alla croce del fratello che soffre. 
Che impariamo a vedere Gesù in ogni uomo sfinito sulla strada della vita; in ogni fratello affamato o assetato, che è spogliato o in carcere o malato. 
Insieme alla Madre, sotto la croce, possiamo capire chi è veramente “il più grande”, e che cosa significa essere uniti al Signore e partecipare alla sua gloria.
Impariamo da Maria ad avere il cuore sveglio e attento alle necessità degli altri. 
Come ci ha insegnato alle Nozze di Cana, siamo solleciti nei piccoli dettagli della vita, e non smettiamo di pregare gli uni per gli altri, perché a nessuno manchi il vino dell’amore nuovo, della gioia che Gesù ci offre.
In questo momento mi sento in dovere di rivolgere il mio pensiero all’amata terra di Colombia, «consapevole dell’importanza cruciale del momento presente, in cui, con sforzo rinnovato e mossi dalla speranza, i suoi figli stanno cercando di costruire una società pacifica». 
Che il sangue versato da migliaia di innocenti durante tanti decenni di conflitto armato, unito a quello di Gesù Cristo sulla Croce, sostenga tutti gli sforzi che si stanno facendo, anche qui in questa bella Isola, per una definitiva riconciliazione. 
E così la lunga notte del dolore e della violenza, con la volontà di tutti i colombiani, si possa trasformare in un giorno senza tramonto di concordia, giustizia, fraternità e amore, nel rispetto delle istituzioni e del diritto nazionale e internazionale, perché la pace sia duratura. 
Per favore, non possiamo permetterci un altro fallimento in questo cammino di pace e riconciliazione. 
Grazie a Lei, Signor Presidente, per tutti ciò che fa in questo lavoro di riconciliazione.
Vi invito ora ad unirci nella preghiera a Maria, per mettere tutte le nostre preoccupazioni e aspirazioni presso il Cuore di Cristo. 
E in modo particolare la preghiamo per coloro che hanno perso la speranza, e non trovano motivi per continuare a lottare; per quanti soffrono l’ingiustizia, l’abbandono e la solitudine; preghiamo per gli anziani, i malati, i bambini e i giovani, per tutte le famiglie in difficoltà, perché Maria asciughi le loro lacrime, li consoli con il suo amore di Madre, restituisca loro la speranza e la gioia. 
Madre santa, ti affido questi tuoi figli di Cuba: non abbandonarli mai! 
Dopo la Benedizione finale:
E, per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!


mercoledì 16 settembre 2015

Incoronazione dell'Icona di Santa Maria di Costantinopoli. Tolentino 15 settembre 2015



Tolentino. Martedì 15 settembre 2015, festa della Beata Vergine Addolorata, nella Chiesa del Santissimo Crocifisso il Vescovo Diocesano S.E.R. Mons. Nazzareno Marconi, ha incoronato l'antica effige restaurata della Madonna detta di Costantinopoli titolare di quella chiesa parrocchiale quando, prima delle soppressioni, c'era la comunità dei PP.Cappuccini.
Con il Vescovo hanno concelebrato alcuni Sacerdoti e Religiosi Agostiniani della Vicaria di Tolentino fra cui, ovviamente, il Parroco dell'Unità Pastorale del Centro Storico don Andrea Leonesi.
Con il Sindaco di Tolentino Giuseppe Pezzanesi ha
assistito la Rappresentante ufficiale dell'Ambasciata della Federazione Russa presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta ( SMOM) la Dott.ssa Valentina Sokolova (foto).
L'Icona è stata portata processionalmente dal Monastero Carmelitano di Santa Teresa dopo il canto del Vespro della festa della Madonna Addolorata. 
I rappresentanti delle Confraternite cittadine, rivestiti dei caratteristici abiti corali, hanno scortato l'Icona fino al termine della bella cerimonia preparata con ogni cura dal Cerimoniere Vescovile il giovane Sacerdote don Jacopo Foglia. 
 
Fin dai tempi del Concilio di Efeso sia in Oriente che in Occidente  le immagini della Santa Madre di Dio sono spesso ornate di una corona regale. 
La consuetudine di incoronare le immagini di Gesù Bambino e della beatissima Vergine Maria ha ricevuto una particolare attenzione da parte dei Romani Ponte­fici tanto che «spesso, o personalmente, o per mano di vescovi da loro delegati, ornarono di diadema immagini della Vergine Madre di Dio già insigni per la pubblica venerazione».

Per questo il rito per l'incoronazione delle immagini della beata Vergine Maria, fu accolto nella Liturgia romana.

Nell'azione rituale s'incorona prima l'immagine del Figlio e poi quella della Madre. 

La Marca centrale è  terra Mariana, poichè “Non fecit taliter omni nationi” ebbe il singolare privilegio di vedere   la miracolosa Traslazione della Santa Casa di Loreto nella notte fra il 9 e 10 dicembre 1296, testimoniata anche dal Taumaturgo di Tolentino San Nicola. 
Le Marche hanno annoverato molte incoronazioni di quadri e statue della Santissima Vergine Maria.

Nella  Città di Tolentino, ad esempio, il 17 maggio 1814 Papa Pio VII di ritorno dalla dura prigionia napoleonica, volle incoronare nella Basilica di San Nicola ( allora cattedrale perché i frati agostiniani erano stati cacciati) la statua della Madonna della Tempesta ed altre immagini mariane di alcuni paesi della Marca centrale che avevano molto sofferto a causa della feroce persecuzione contro la Chiesa ed il Clero, particolarmente contro gli Ordini Religiosi, ad opera degli illuministi rivoluzionari francesi.

Appena terminato il secondo conflitto mondiale l’8 settembre 1947 a Macerata, la splendida Civitas Mariae, ci fu la commovente e memorabile incoronazione della Madonna "Mater Misericordiae" per mano del Cardinale Fernando Cento, nativo di Pollenza.
***

Questa antica effige della Madonna Orientale, anche detta di
Częstochowa , è devotamente inquadrata nella particolare devozione ascritta a questa chiesa che vantava il titolo di Santa Maria di Costantinopoli e che, prima delle soppressioni, apparteneva ai Padri Cappuccini .
La cornice attuale che impreziosisce l’Icona è una mirabile ed artistica coesione di pezzi antichi e  si avvale di una maglia metallica aurea con sfondo d’argento.

Ai quattro lati del quadro ci sono altrettanti angeli pure in argento che ricordano i quattro Evangelisti.

La collocazione delle pietre dure colorate nella cornice fa parte della tradizione iconografica sia orientale che occidentale.

Il colore rosso ricorda i nuovi martiri della fede, di cui il Papa ci parla tante volte: i nostri fratelli perseguitati perché cristiani soprattutto in Medio Oriente, specie in Siria ed in Iraq.

Il colore verde riassume la speranza che deve sempre albergare nel cuore del cristiano : la speranza che sorresse la nostra gente stremata dalla fame e dalla miseria durante l’ultimo conflitto mondiale semplicemente perché c’era fede!

La speranza, supportata dalla preghiera, diviene costante supplica al Signore affinchè possa donarci al più presto, al più presto… nuove e sante vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa.

Il colore giallo  è simbolo dello splendore della Santa Chiesa Cattolica e del nostro essere comunità “una cum” il Papa, il Vescovo e i presbiteri.

E’ anche un chiaro riferimento alla devozione della nostra gente alla Madonna Santissima per invocarne una particolare protezione per i bambini e per i giovani.

Come prevede il Rituale il Vescovo dapprima incoronerà il capo del Bambino e poi quello della Sua Santissima Madre.

Le corone, gioielli d’arte devozionale di fine ‘700,  sono il riassunto delle preghiere di tutta questa variegata comunità, offerte da alcune Famiglie per la protezione soprattutto dei giovani.

Come da antica tradizione, raccomandata e tramandata dagli anziani Sacerdoti, il Vescovo prima dell’incoronazione ha devotamente baciato le due corone affidando alla divina protezione persone che ne hanno bisogno.








Foto di Bruno Fianchini che ringraziamo di cuore !

mercoledì 9 settembre 2015

Il Papa : se «un giorno la persecuzione accadesse qui»

L’orrore per la persecuzione che oggi avviene nel mondo, con terroristi che sgozzano i cristiani nel «silenzio complice di tante potenze», è iniziata proprio contro Gesù e ha scandito la storia della Chiesa. 

Ecco perché «non c’è cristianesimo senza martirio». 
E la testimonianza della comunità armena, «perseguitata soltanto per il fatto di essere cristiana», deve far trovare a ciascuno lo stesso coraggio di quei martiri, qualora «un giorno la persecuzione accadesse qui». 
Lo ha affermato il Papa nella messa presieduta, lunedì 7 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Durante la celebrazione ha avuto luogo la significazione della ecclesiastica communio concessa al nuovo patriarca di Cilicia degli armeni, Gregorio Pietro XX Ghabroyan. 
Con il Papa hanno concelebrato, insieme al patriarca, il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, con l’arcivescovo segretario monsignor Cyril Vasil’ e il sotto-segretario padre Lorenzo Lorusso, tutti i vescovi membri del Sinodo della Chiesa patriarcale armeno cattolica e alcuni sacerdoti.
Per la sua riflessione sul martirio, oltre che dalla presenza dei cristiani armeni, Francesco ha preso spunto anzitutto dal passo evangelico di Luca (6, 6-11) proposto dalla liturgia: Gesù guarisce di sabato un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Però «la predica e il modo di agire di Gesù — ha fatto notare nell’omelia — non piacevano ai dottori della legge». 
E «per questo gli scribi e farisei lo osservavano per vedere cosa facesse: lo spiavano perché avevano nel loro cuore cattive intenzioni». 
Così «dopo che Gesù apre il dialogo, e domanda se è lecito fare il bene o fare il male il sabato, loro non parlano, rimangono zitti». 
Luca racconta che, dopo il miracolo compiuto dal Signore, «essi fuori di sé dalla collera» — e qui il Vangelo usa un’espressione davvero «forte» — «si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù».
In una parola, si misero a ragionare su come fare per uccidere il Signore. 
E tante volte, ha precisato il Papa, nel Vangelo si ripete questa scena. Dunque, questi dottori della legge non hanno un atteggiamento del tipo: «non siamo d’accordo, parliamo». 
A prevalere in loro, invece, «è la collera: non possono dominarla e incominciano la persecuzione a Gesù, fino alla morte».
Anche san Paolo, «discepolo fedele del Signore, soffre lo stesso», ha ricordato il Papa. 
A confermarlo è proprio il passo della lettera ai Colossesi (1, 24 - 2, 3) proclamato durante la liturgia: «Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa».
Quella di Paolo, ha rimarcato il Pontefice, è «la stessa strada di Gesù: la testa della Chiesa, la segue il suo corpo, la Chiesa». 
E, del resto, «dai primi giorni la Chiesa è perseguitata». 
Ma fino a quanto lo sarà? 
Di certo «fino a oggi», ha affermato il Papa. 
Infatti, ha proseguito, anche «oggi tanti cristiani, forse più che nei primi tempi, sono perseguitati, uccisi, cacciati via, spogliati solo per essere cristiani». 
E così, come scrive Paolo, «proseguono nel corpo della Chiesa la passione di Cristo, dandone compimento».
Francesco ha ripetuto che «non c’è cristianesimo senza persecuzione». 
E ha suggerito di far memoria dell’«ultima delle beatitudini: quando vi porteranno nelle sinagoghe, vi perseguiteranno, vi insulteranno: questo è il destino del cristiano». 
Di più: «Oggi, davanti a questo fatto che accade nel mondo, col silenzio complice di tante potenze che potevano fermarlo, siamo davanti a questo destino cristiano: andare sulla stessa strada di Gesù».
In particolare, ha detto il Pontefice, «voglio ricordare oggi una delle tante grandi persecuzioni, quella del popolo armeno, in occasione della nostra comunione. Un popolo, la prima nazione che si è convertita al cristianesimo, la prima, perseguitata soltanto per il fatto di essere cristiana».
«Noi oggi sui giornali — ha affermato rilanciando le tragiche questioni di attualità — sentiamo orrore per quello che fanno alcuni gruppi terroristici, che sgozzano la gente solo per essere cristiani». 
Francesco ha invitato a pensare «a questi martiri egiziani, ultimamente, sulle coste libiche: sono stati sgozzati mentre pronunciano il nome di Gesù». 
E ritornando agli armeni, ha spiegato che questo popolo «è stato perseguitato, cacciato via dalla sua patria, senza aiuto, nel deserto».
Proprio «oggi — ha fatto presente — il Vangelo ci racconta dove è cominciata questa storia: con Gesù». 
E quello «che hanno fatto con Gesù, durante la storia è stato fatto con il suo corpo, che è la Chiesa». 
In questa prospettiva il Papa si è rivolto direttamente agli armeni: «Oggi vorrei, in questo giorno della nostra prima Eucaristia, come fratelli vescovi, a te, caro fratello patriarca, e a tutti voi, vescovi e fedeli e sacerdoti armeni, abbracciarvi e ricordare questa persecuzione che avete sofferto, e ricordare i vostri santi, tanti santi morti di fame e di freddo, nella tortura e nel deserto, per essere cristiani».
Francesco ha pregato il Signore perché «ci dia la consapevolezza di guardare lì quello che Paolo dice» e «ci dia una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio che è in Cristo». 
E «il mistero di Dio che è in Cristo — ha aggiunto — porta la croce: la croce della persecuzione, la croce dell’odio, la croce che viene dalla collera di questi uomini, questi dottori della legge». Ma «chi suscita la collera? Lo sappiamo tutti: il padre del male».
«Il Signore — ha detto ancora il Papa — oggi ci faccia sentire, nel corpo della Chiesa, l’amore ai nostri martiri e anche la nostra vocazione martiriale. Noi non sappiamo cosa accadrà qui: Non lo sappiamo!». Ma, ha concluso, «che il Signore ci dia la grazia, se un giorno accadesse questa persecuzione qui, del coraggio della testimonianza che hanno avuto tutti questi cristiani martiri e specialmente i cristiani del popolo armeno».

Concessa al patriarca di Cilicia degli armeni

La significazione della comunione ecclesiastica

Durante la celebrazione eucaristica presieduta dal Papa nella cappella della Casa Santa Marta, ha avuto luogo la significazione della ecclesiastica communio concessa al nuovo patriarca di Cilicia degli armeni, Gregorio Pietro XX Ghabroyan, con la lettera pontificia del 25 luglio scorso.
Dopo l’Ecce Agnus Dei, prima dello scambio delle sacre specie tra il Papa e il patriarca, è stato letto il testo della monizione, nella quale si spiega che «“comunione” è un concetto tenuto in grande onore nella Chiesa antica e anche oggi, specialmente in Oriente. 
Per essa non si intende un certo vago “sentimento”, ma una “realtà organica”, che richiede una forma giuridica e che è allo stesso tempo animata dalla carità (costituzione dogmatica Lumen gentium, nota esplicativa previa, n. 2). 
La ecclesiastica communio che il Santo Padre Francesco ha concesso a sua Beatitudine Gregorio Pietro xx con lettera del 25 luglio scorso, trova ora espressione nello scambio delle sacre specie, che conferma la radice eucaristica della comunione tra il vescovo e la Chiesa di Roma, che presiede nella carità, e la Chiesa patriarcale di Cilicia degli armeni, tramite il suo caput et pater. Accompagniamo il gesto in silenzio orante».
Quindi il Papa ha innalzato la patena con il corpo di Cristo e l’ha offerta al patriarca. 
I due l’hanno tenuta elevata a quattro mani per poi deporla. Lo stesso è avvenuto per il calice con il sangue di Cristo. 
Dopo un istante di silenzio, il Pontefice ha offerto il corpo di Cristo e insieme si sono comunicati. Francesco ha assunto il sangue di Cristo dal calice e lo ha poi offerto al patriarca.

2015-09-07 L’Osservatore Romano