venerdì 3 luglio 2015

Fuggire da un rito (a cui però lo Spirito, che sempre assiste la Chiesa, tolse il veleno ) oppure reinnestare l'olivo domestico sull'antico tronco?

Dall' articolo di Radio Spada "Biritualismo, l’attuale avversario della Messa tradizionale" ho preso questo segmento :
«Si avverte oggi più che negli anni passati, la necessità di prendere le distanze in maniera netta e coraggiosa da un rito, che per la sua ambivalenza e ambiguità, non risulta essere uno strumento valido per conservare e trasmettere la Fede Cattolica. Questo perché non basta non dire eresie formali per restare nell’alveo cattolico, ma bisogna affermare l’integralità della verità giacché “ciò che non è affermato è negato”»
Potrei essere d'accordo con l'articolo di Radio Spada se non avessi ricevuto il dono di un DNA obbedentissimamente filiale al Magistero della Chiesa Cattolica nostra Madre; se non credessi nell'azione perenne e feconda della Divina Provvidenza negli atti ordinari e straordinari della Chiesa e se non assistessi anche ( etiam ) le S.S.Messe celebrate nel rito ordinario della Chiesa.
L'articolo di Radio Spada non tiene conto dello "spirito" del Summorum Pontificum ne' dell'auspicata pax liturgique di Benedetto XVI . 
D'altronde, siccome la carità è la più grande delle virtù cristiane, come possiamo ignorare i milioni e milioni di cattolici che seguono dal 1968  il rito riformato traendone indiscusse fonti di santità? 
Come si può rinnegare in toto " l'azione dello Spirito nello sviluppo della Liturgia attraverso i secoli"?
La Provvidenza, che gestisce tutti i ritmi ecclesiali, ha disposto che il rito riformato fosse penetrato nel cuore dei fedeli e dei Sacerdoti molti dei quali seguono e sostengono la forza veramente rigenerante del "biritualismo" liturgico.
Il vero trionfo della Liturgia Cattolica sarà il frutto miracolosamente verticale della concezione cattolica liturgica tradizionale affiancata dalla actuosa partecipatio fidelium agognata da San Pio X e fatta propria dai Padri Conciliari e da loro proposta nella Costituzione sulla Liturgia   Sacrosantum Concilium.
Parlando con i valorosi Sacerdoti/missionari "biritualisti", che cercano cioè di immettere un vero spirito liturgico cattolico nelle loro spesse aride comunità, constatiamo che le Messe che essi celebrano si avvalgono in primis della lingua corrente ( come insegnano anche i Sacerdoti della FSSPX ), utilizzando dei canti veramente popolari e di tutto quello che possa lodare il Signore senza creare una specie di muro divisorio con i fedeli.
Le nostre bellissime celebrazioni con il venerabile Messale del '62 non riusciranno, almeno in un questo periodo transitorio, ad attirare la devota attenzione di un  popolo che, per colpa dei continui bla-bla-bla,  :  "mi onora con le labbra, mentre il cuore è lontano da me". 
La questione dibattuta oggi da Radio Spada è presente nel cuore e nella mente di tanti fedeli e chierici da decenni.
Mi avvalgo per questo del pregevole Articolo "L'Albero della Senape" del Conte Dott. Neri Capponi, già Presidente di Una Voce Italia, che riproduce il testo della conferenza tenuta in Firenze l'I 1.Gennaio 1992 sotto gli auspici della locale Sezione di "Una Voce" ( in Bollettino di Una Voce-Italia, Gennaio-Settembre 1992 pagg. 3-8)
Alcune settimane fa abbiamo tutti letto, con animo  trepidante, alcune interessantissime "esternazioni liturgiche" di stampo "benedettiano" del nuovo Prefetto della Congregazione per il Culto Divino Cardinale Robert Sarah.
Leggiamo quanto nel lontanissimo 1992 il past president di Una Voce Italia pervaso da un non comune "sentire cum Ecclesia" aveva profeticamente scritto.
"  ( da pagina 4 ) ... Con Gregorio Magno il rito romano raggiunge completezza e stabilità anche nel canto e nel calendario.
Fu alla fine dell'VIII secolo che la liturgia romana conobbe un ulteriore magnifico sviluppo che coincide con l'inizio di quella che si usa chiamare civiltà romano-germanica, nata dalla fusione fra vincitori e vinti dopo le cosiddette invasioni barbariche, e di cui la nuova liturgia romana costituirà l'aspetto cultuale. 
Carlo Magno, che voleva sottolineare l'unità del suo impero anche con l'unità di culto, aveva deciso che il rito della città di Roma fosse il rito di tutto l'impero: chiese pertanto a papa Adriano I di inviargli il messale gregoriano. 
Dalla corte carolingia questo messale fu diffuso per l'impero e si arricchì di apporti celtici e germanici, ritornando, così arricchito, a Roma nel 962 con l'imperatore Ottone I, che vi fece aggiungere il Credo. 
Nei secoli seguenti (XI e XII) si aggiunsero le preghiere dell'Offertorio, che sostituirono la processione offertoriale caduta in disuso, e l'ultimo Vangelo, per cui si può dire che la Messa quale fu fino al 1969 si trovava già completa di tutti i suoi elementi, compreso il modo di celebrare con i suoi arcani silenzi, nell'Ordo Missae di Innocenzo III ai primi del XIII secolo.
Una certa involuzione si ebbe alla fine del medioevo quando si estese l'uso delle cosiddette messe private, in cui l'intero rito veniva condotto dal solo sacerdote, quasi sottovoce, anche quando fosse presente la comunità dei fedeli che così veniva emarginata dalla celebrazione.
Questo sviluppo, che nel rito romano come negli altri riti cessa negli ultimi secoli del medioevo aveva, nel rito romano, com-portato anche degli abbandoni a volte giustificati, a volte meno. 
Il più notevole (e pienamente giustificato) fu l'abbandono, fra il V ed il VII secolo, della comunione nella mano sia per gli inconvenienti che presentava sia per l'accresciuta sensibilità eucaristica della Chiesa. 
Un abbandono invece ingiustificato fu l'abolizione della comunione sotto le due specie per i fedeli, dovuta alla pretesa necessità di sottolineare nel rito la conclusione teologica che Cristo intero è presente in ciascuna specie e per sottolineare vieppiù la verità dogmatica del sacerdozio ministeriale: peraltro così facendo si violava l'impianto rituale dell'Eucaristia e si accendeva un inutile con-flitto con l'Oriente. 
Altri abbandoni furono: la processione offertoriale e la preghiera dei fedeli alla fine della liturgia della parola o messa dei catecumeni.
Questo rito della Messa fu, poi, definitivamente congelato nel 1570 da Pio V che fece qualche potatura qui e là, senza peraltro toccare la sua struttura, e la codificò rigidamente.
Con Pio V si può dire che il rito romano diventa il rito quasi esclusivo della Chiesa latina o Patriarcato di Occidente.
Per vedere nuova linfa scorrere nel vetusto albero della liturgia, che era stato congelato per difenderlo dagli attacchi dell'eresia, bisogna arrivare al XIX secolo, con la nascita del movimento liturgico, che aveva di fronte a sé i seguenti compiti, sviluppatisi anche nel XX secolo:
a) riagganciare la musica sacra al testo sacro. 
Colla trasformazione della messa cantata in cerimonia di certo, nei secoli XVII e XVIII, la musica sacra era diventata sempre più mondana e spesso avulsa dal testo. 
Queste istanze del movimento liturgico furono recepite dalla riforma di Pio X; 
b) riattivare la partecipazione dei fedeli nelle messe piane, il cui uso era diventato assolutamente prevalente dopo il "congelamento" di Pio V.
Ciò portò in questo secolo alla introduzione della cosiddetta messa dialogata ove i fedeli presenti adempiono al ruolo del servente nel rispondere al celebrante.
Ma il movimento liturgico fra le due guerre mondiali si stava dividendo: da una parte i moderati, dall'altra gli estremisti archeologizzanti che si rifacevano ad antiche eresie.
Colla Mediator Dei (che pur contiene un, sia pur involontario, errore che avrà funeste conseguenze) Pio XII frenò ed incanalò il movimento liturgico dando precise norme in materia e condannando altresì gli « archeologizzanti » di origine giansenista.
Così si arriva alla costituzione « Sacrosanctum Concilium » del Vaticano II, documento cauto, vago ed equivoco, però in linea di massima accettabile se rettamente interpretato da un'autorità ecclesiastica che avesse ben fermo il proprio ruolo di serva dell'azione dello Spirito sul corso della storia.
Il Concilio infatti accoglieva le richieste degli innovatori moderati con disposizioni e raccomandazioni che si possono così interpretare e riassumere:
a) la cauta introduzione della lingua parlata nella liturgia, necessaria sia per armonizzare meglio i riti della Chiesa (i riti orientali usano sempre la lingua parlata) sia perchè essa ha un impatto più vivo sulla psicologia della comunità: la Costituzione preservava, però, la lingua latina come lingua principale nei riti latini.
Bisogna, a questo proposito tenere presente che già nel XVI secolo, prima della Riforma protestante, la liturgia era stata tradotta nelle lingue volgari: fu l'offensiva fanatica dei protestanti contro l'Eucaristia e contro il latino liturgico che fece irrigidire la Chiesa;
b) la correzione qua e là di imprecisioni (ad esempio, nelle preghiere offertoriali la parola « ostiam », cioè vittima, meglio sostituibile con la parola « oblationem », cioè offerta);
c) con la raccomandazione di una « piena, consapevole ed attiva partecipazione » dei fedeli la Costituzione (cap. 11) consacra ufficialmente la messa dialogata ed apre la porta sia alla proclamazione in lingua volgare delle letture (menzionata, del resto, espressamente dalla Costituzione al capitolo 54), sia ad un maggiore inserimento dei fedeli in altre parti della Messa, come l'Offertorio, dove la recita silenziosa del celebrante, era più frutto di circostanze storiche che di una scelta teologica, come invece lo è la recita silenziosa del canone, comune sia all'Occidente che all'Oriente. 
La Costituzione del resto ribadisce che « a tempo debito » si osservi il « sacro silenzio »;
d) la reintroduzione della « orazione comune » o preghiera dei fedeli (cap. 53), abbandonata in Occidente durante la seconda metà del primo millenio ed ancora viva in Oriente;
e) una più ampia scelta di letture bibliche (cap. 51);
f) la reintroduzione, in determinati casi, della comunione sotto le due specie per i fedeli (cap. 55);
g) una cautissima e prudenziale apertura alla cosiddetta inculturazione dei riti cristiani in culture pagane.
Anche se non menzionati espressamente, la base di partenza di tale inculturazione sono i consigli di Gregorio Magno al monaco Agostino che si accingeva a convertire l'Inghilterra.
La Costituzione peraltro solennemente dispone che "non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera ed accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera da quelle esistenti" (cap. 23).
Senonché antiche eresie e nuovi e vecchi errori insidiavano l'attuazione corretta della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Per rifare un po' di storia ricordiamo che i protestanti attaccarono fra le altre cose anche l'Eucaristia negando il suo carattere sacrificale, la Presenza reale ed il sacerdozio ministeriale.
Per ritrovare il semino di senape sradicarono l'albero e non trovando, come era logico il semino, se ne inventarono uno: la Cena o Funzione della Comunione.
Un attacco più insidioso venne però dai giansenisti: se i protestan-ti erano innamorati del semino primigenio, i giansenisti erano innamorati del virgulto sbocciato appena dalla terra e per questo erano pronti non a sradicare ma a tagliare l'albero.
Avevano arbitrariamente fissato al V secolo, epoca dell'idolatrato (e da loro mal compreso) Agostino, la fase della liturgia più pura e perfetta, considerando un'aberrazione tutto ciò che in teologia ed in liturgia avevano portato i secoli seguenti.
I giansenisti erano anche influenzati dallo spirito illuminista che considerava il medioevo epoca di superstizione e di oscurantismo e sottometteva tutto ad un razionalismo esasperato in perfetto contrasto col mistico linguaggio della liturgia.
I loro esperimenti in Francia ed in Italia (Sinodo di Pistoia) produssero una liturgia della Messa tendenzialmente simile a quella che emerse dopo la riforma liturgica del 1969-70. 
Oltretutto questa Messa « patristica » dovette essere un po' inventata perché i testi di cui disponevano non erano molto pre-cisi e sicuri! 
La peste giansenista fu arginata da Roma, ma il suo veleno continuò ad operare in campo morale e passò ad una fase di latenza per quanto riguarda la liturgia.

L’eresia giansenista si risveglio con i liturgisti archeologizzanti (che consideravano tutto quanto si era sviluppato dopo il V secolo come una deviazione da eliminare) i quali trovarono i loro pronti alleati nei neomodernisti che volevano fare piazza pulita della dottrina cattolica, nonché negli ecumenomaniaci che volevano affogare la verità cattolica in un irenismo indistinto.
Questi gruppi si impadronirono del Consilium creato per eseguire la riforma liturgica.
Essi tagliarono l'albero della senape e ci regalarono non il virgulto sognato ma un tronchetto che i modernisti e gli ecu-menomaniaci innaffiarono facendovi fiorire, non un nuovo albero, ma una fungaia sgradevole a cui però lo Spirito, che sempre assiste la Chiesa, tolse il veleno.
Purtroppo un errore formulato da quel grande pontefice che fu Pio XII (anche i grandi a volte si sbagliano!) favorì questo disegno. Nella Mediator Dei Pio XII aveva infatti rovesciato la cosiddetta regula fidei espressa nel V secolo da Prospero di Aquitania per cui « legem credendi lex statuat supplicandi », insegnado invece, contro la costante tradizione di millecinquecento anni, che la formulazione intellettuale della dottrina debba stabilire come si prega. 
Il pontefice forse credette di arginare così i sovvertitori della liturgia non rendendosi conto che, nel futuro, il dogma oscurato avrebbe avuto bisogno della liturgia tradizionale, molto più difficile a sovvertire dal basso e perciò baluardo della fede del popolo santo di Dio. 
Né forse si rendeva conto di introdurre un soggettivismo pernicioso nel governo della Chiesa per cui i gusti liturgici del Papa del momento avrebbero potuto tranquillamente sovvertire la Tradizione e che quando, nell'affievolimento della dottrina, ciascun celebrante si fosse considerato papa (come spesso oggi accade) avrebbe stravolto la liturgia a suo uso e consumo.
Indubbiamente l'avere fatto arretrare la liturgia eucaristica al V secolo aveva eliminato quanto, sotto l'influenza della sempre più accresciuta pietas fidelium, si era in essa inserito, nei secoli susseguenti, per sottolineare sia il carattere sacrificale del culto eucaristico, sia la Presenza reale, sia il sacerdozio ministeriale; pertanto le prime reazioni al Novus Ordo Missae furono, come sempre succede in Occidente, di tipo scolastico-teologico ed ignorarono l'altro errore, più profondo: l'avere cioè la Commissione rinnegato l'azione dello Spirito nello sviluppo della Liturgia attraverso i secoli; senza poi considerare l'assurdità, da un punto di vista meramente umano, di una liturgia artificiale fatta a tavolino
Inoltre tali critiche, incentrandosi sui testi, fecero passare in seconda linea il modo di celebrare che da posizioni gianseniste ha fatto avvicinare questa nuova liturgia alle celebrazioni protestanti, di cui la Comunione nella mano (reintrodotta dai protestanti per negare la Presenza reale) è l'ultimo esempio. Peraltro anche la nuova liturgia eucaristica (come del resto quella del V secolo) aveva elementi che sottolineavano, sia pure in modo più affievolito, i vari aspetti del mistero eucaristico e, cosa più importante, vari documenti pontifici emanati dopo la riforma ribadirono solennemente questi aspetti dando anche senso univoco a quanto di equivoco poteva esistere nei testi della liturgia riformata.
Nessuno peraltro ha potuto finora controbattere l'accusa molto semplice di avere, cioè, distrutto l'opera dello Spirito Santo o di avere avallato l'ipotesi che ad una parte notevole della Chiesa (comprendente la diocesi di Roma), in una cosa così importante come il culto eucaristico, sia stata negata l'assistenza dello Spirito Santo per mille e cinquecento anni: il rinnegamento della parabola dell'albero della senape!
Siccome però Dio trae dal male un bene ancora maggiore, vediamo quali possono essere gli aspetti positivi della riforma che, quand'anche il Novus Ordo dovesse coi secoli sparire dall'Occidente cristiano a favore della messa carolingia od ottoniana dei nostri antenati, potrebbero sopravvivergli.
Positiva, almeno in parte, è la introduzione della lingua vernacola nella liturgia. 
Non peraltro la lingua vernacola, brutta, sciatta, e banale delle traduzioni odierne, che a volte scade nell'infantile, nel volgare od addirittura nell'equivoco dogmatico come, per esempio, nella traduzione inglese, ma la nobile lingua della migliore letteratura.
Positivo è anche l'aumento e la varietà delle letture bibliche: peraltro una maggiore comprensione della liturgia antica (la ri-forma è stata fatta anche da ignoranti) avrebbe dovuto mantenere al loro posto le letture domenicali e delle grandi feste la cui collocazione aveva sovente un profondo significato non immediatamente apparente. 
Positiva altresì la reintroduzione della preghiera litanica dei fedeli nonché la recita comunitaria del Pater Noster non lasciata più, come prima, al solo celebrante; va notato peraltro che la compilazione della preghiera dei fedeli andrebbe lasciata al celebrante, ciò per evitare le incredibili e, a volte, incomprensibili banalità, spinte talvolta fino al ridicolo, che i fedeli debbono oggi ascoltare da foglietti prefabbricati!
Positivo infine potrebbe essere il nostro povero tronchetto, ridotto alla sola (approssimativa) dimensione della liturgia romana del V secolo, se, opportunamente ripulito e riportato a dignità, potesse servire da base di innesto per le buone tradizioni dei popoli fuori dallo stretto cerchio dell'Occidente cristiano sviluppatosi non solo su base romana ma anche celtica e germanica. 
Cosi come con un lavoro lento e secolare furono innestate sul tronco roma¬no le tradizioni degli altri popoli pagani del¬l'Occidente europeo, costituendo l'aspetto cultuale della nuova civiltà che stava emergendo e di cui noi siamo gli eredi, allo stesso modo i popoli del terzo e quarto mondo potranno col tempo, la cautela e la pazienza innestare sul tronchetto romano (e perciò universale) le loro buone tradizioni cosi da creare l'aspetto cultuale cristiano della propria civiltà. 
E indubbio che ciò sarebbe stato più difficile (se non impossibile) con la nostra messa carolingia, anche perché né i celti né i germani sono essenziali alla civiltà cristiana genericamente intesa, ma i siriaci, i copti, i greci ed i romani sì, perché costituiscono il punto di innesto dell'olivo selvatico sul tronco domestico di Israele, fino a che l'olivastro sarà tagliato e l'olivo domestico reinnestato sull'antico tronco, come profetizza l'Apostolo delle Genti nella sua lettera ai Romani". (Neri Capponi op.cit.pagine 3-8)

(Museo Diocesano di Recanati, Basilica Cattedrale Recanati , part. Natività di Nostro Signore, miniatura medioevale )

Andrea Carradori

mercoledì 1 luglio 2015

Sulle orme di Benedetto - Pellegrinaggio a Norcia Coetus Fidelium Summorum Pontificum

 Pellegrinaggio Nazionale dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum
 
SULLE ORME DI BENEDETTO

al ritmo della liturgia tradizionale

 insieme ai Monaci di Norcia (OSB)

Venerdì 3 luglio 2015
dalle h. 17,00: accoglienza dei pellegrini
h. 19,45: Compieta in Basilica con i Monaci
dalle h. 20,00: cena libera
 *
Sabato 4 luglio 2015
dalle h. 07,00: confessioni in Basilica
h. 07,30: partenza per chi vuole fare tutto il percorso a piedi

h. 08,30: trasferimento in pullman alla Conca di Ancarano (punto di partenza della traversata a piedi verso l’Abbazia di S. Eutizio)

h. 09,00: inizio della traversata a piedi verso l’Abbazia di S. Eutizio (circa 3 ore); l’Abbazia sarà raggiungibile anche in pullman
h. 12,00: Santa Messa secondo il Messale di San Giovanni XXIII
h. 13,30: pranzo al sacco
h. 15,00: rientro a Norcia in pullman
h. 17,30: Vespri in Basilica con i Monaci
h. 18,00: conferenza spirituale: Il discernimento vocazionale
h. 19,45: Compieta in Basilica con i Monaci
h. 20,30: cena del Pellegrinaggio

*

Domenica 5 luglio 2015
h. 10,00: Santa Messa conventuale in Basilica
h. 11,45: commiato dei pellegrini

Per la partecipazione al pellegrinaggio, ai pellegrini di età maggiore di 16 anni è richiesto un piccolo contributo, secondo le possibilità di ciascuno, da versare direttamente in loco. 
Il contributo minimo richiesto è di € 5,00 per i singoli, € 10,00 per le famiglie.

La sistemazione (vitto e alloggio) dei pellegrini è libera. 
Per l’alloggio a Norcia, chi volesse può rivolgersi alla “Bianconi Ospitalità” (Corso Sertorio 12, 06046 Norcia; tel. 0743/816513; fax 0743/817342; mail: info@bianconi.com), che ha concordato con l’organizzazione alcune seguenti proposte agevolate per i Pellegrini.
 http://abbaziasanteutizio.it/

martedì 30 giugno 2015

« Unirsi alla mia preghiera per don Salvatore, accettando il misterioso disegno di Dio a noi non sempre comprensibile»

E’ deceduto oggi don Salvatore Mellone, lo ricordate? 
Era il seminarista di Trani, malato terminale, che desiderava essere prete anche solo per un giorno.
Era stato ordinato dopo la telefonata di Papa Francesco
E’ deceduto oggi, malato terminale e sacerdote novello. Fonti molto vicine alla famiglia del giovane sacerdote pugliese ne comunicano la notizia.
Il 16 aprile scorso, Salvatore, 38 anni, era stato ordinato sacerdote dall’Arcivescovo di Trani Mons. Giovan Battista Pichierri che ha deciso di abbreviare l’iter. L’ordinazione è avvenuta presso la casa del seminarista, che non si poteva muovere a causa della sua salute.

Appena ordinato sacerdote, don Salvatore aveva mantenuto fede ad un impegno: benedire Papa Francesco.   

Infatti, proprio Papa Francesco nel corso di una telefonata, gli aveva raccomandato: “La prima benedizione che darai da sacerdote la impartirai a me!“.
Salvatore, che era entrato nel Seminario regionale di Molfetta nel 2011, si è ammalato durante il secondo anno, ma non ha mai pensato di lasciare i suoi studi. Anzi. Aveva manifestato al Vescovo la sua intenzione di concludere il suo cammino vocazionale con l’ordinazione presbiterale: «Anche un solo giorno da presbitero sarebbe per lui la realizzazione del progetto di Dio sulla sua persona», si legge in una lettera di mons. Pichierri. 

«Col cuore profondamente commosso e lancinato comunico che il seminarista Salvatore Mellone, della Parrocchia del SS. Crocifisso di Barletta, alunno del Seminario regionale di Molfetta, per una grave malattia è in uno stadio terminale», prosegue il Vescovo. 
«Salvatore mi ha manifestato il suo vivissimo desiderio di poter coronare il suo cammino vocazionale con l’ordinazione presbiterale; anche un solo giorno da presbitero sarebbe per lui la realizzazione del progetto di Dio sulla sua persona. 
Salvatore, anche nella malattia, ha vissuto intensamente la sua preparazione al sacerdozio, per cui ritengo opportuno, nell’esercizio dei miei diritti e doveri di arcivescovo, di ordinarlo presbitero, per dare gloria alla SS. Trinità e per l’edificazione del nostro presbiterio e del popolo di Dio».
Mons. Pichierri ha anche chiarito l’iter che ha portato all’ordinazione accelerata: «Ho consultato previamente la Congregazione del Clero che ha confermato il mio proposito di procedere all’ordinazione presbiterale; anche il Rettore del Seminario Regionale di Molfetta ha dato il suo parere favorevole in merito; e i presbiteri diocesani che ho potuto sentire mi hanno confortato con il loro beneplacito. 
Salvatore riceverà i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato il 14 aprile. ore 16,00, l’ordine sacro del Diaconato il giorno successivo e il 16 aprile il Presbiterato sempre alle ore 16,00, nel corso di celebrazioni eucaristiche nella propria abitazione».

L’arcivescovo conclude la sua lettera con un invito « unirsi alla mia preghiera per don Salvatore, accettando il misterioso disegno di Dio a noi non sempre comprensibile».

 
Fonte : Aleteia  

domenica 28 giugno 2015

Festa dei Santi Pietro e Paolo "La fede e la sua pratica ci provengono dal Signore attraverso la Chiesa" (J.Ratzinger)

Oggi è la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, occasione moralmente obbligatoria per riaffermare a voce alta nelle piazze e nelle strade della vita la nostra filiale e totale identificazione nella Santa Romana Chiesa, nostra Madre,  e nel Papa, nostro Padre, che ne è il fondamento visibile nell'amore e nella carità.

L’apostolo Pietro è stato posto da Gesù Cristo a capo e fondamento della Sua unica Chiesa con queste esplicite parole: « Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam. 
Et tibi dabo claves Regni coelorum. 
Quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in coelis. Et quodcumque solveris super terram erit solutum et in coelis » (Matteo 16, 18-19)

Gesù preannunciò a Pietro anche quale sorte gli sarebbe toccata, per testimoniare la fede; il martirio in croce, come il Maestro:

Gesù gli disse: ‘Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi’. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio” (Giovanni 21, 17-19).

Il martirio di Pietro avvenne nella persecuzione di Nerone, scatenata dopo l’incendio di Roma voluto dallo stesso imperatore, nell’anno 64, ma della quale furono incolpati ingiustamente i cristiani. (Tacito, Annales, XV, 44).

Il capo degli apostoli venne crocifisso nel colle Vaticano, dove oggi sorge la Basilica di S. Pietro.

"Lasciamo però da parte adesso la figura di Pietro e concentriamoci su quella di Paolo
Il suo martirio viene raccontato per la prima volta dagli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo. 
Essi riferiscono che Nerone lo condannò a morte per decapitazione, eseguita subito dopo (cfr 9,5). 
La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone stesso dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68 (cfr Gerolamo, De viris ill. 5,8). 
Il calcolo dipende molto dalla cronologia dell’arrivo di Paolo a Roma, una discussione nella quale non possiamo qui entrare. Tradizioni successive preciseranno due altri elementi. 
L’uno, il più leggendario, è che il martirio avvenne alle Aquae Salviae, sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa, ognuno dei quali causò l'uscita di un fiotto d'acqua, per cui il luogo fu detto fino ad oggi “Tre Fontane” (Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, del secolo V)
L’altro, in consonanza con l'antica testimonianza, già menzionata, del presbitero Gaio, è che la sua sepoltura avvenne non solo “fuori della città... al secondo miglio sulla Via Ostiense”, ma più precisamente “nel podere di Lucina”, che era una matrona cristiana (Passione di Paolo dello Pseudo Abdia, del secolo VI)
Qui, nel secolo IV, l’imperatore Costantino eresse una prima chiesa, poi grandemente ampliata tra il secolo IV e V dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. 
Dopo l’incendio del luglio 1823, fu qui eretta l’attuale basilica di San Paolo fuori le Mura.

In ogni caso, la figura di san Paolo grandeggia ben al di là della sua vita terrena e della sua morte; egli infatti ha lasciato una straordinaria eredità spirituale. 
Anch’egli, come vero discepolo di Gesù, divenne segno di contraddizione. 
Mentre tra i cosiddetti “ebioniti” – una corrente giudeo-cristiana – era considerato come apostata dalla legge mosaica, già nel libro degli Atti degli Apostoli appare una grande venerazione verso l’Apostolo Paolo. 
Vorrei prescindere ora dalla letteratura apocrifa, come gli Atti di Paolo e Tecla e un epistolario apocrifo tra l’Apostolo Paolo e il filosofo Seneca. Importante è constatare soprattutto che ben presto le Lettere di san Paolo entrano nella liturgia, dove la struttura profeta-apostolo-Vangelo è determinante per la forma della liturgia della Parola. 
Così, grazie a questa “presenza” nelle celebrazioni liturgiche della Chiesa, il pensiero dell’Apostolo diventa da subito nutrimento spirituale dei fedeli di tutti i tempi.

E’ ovvio che i Padri della Chiesa e poi tutti i teologi si siano nutriti delle Lettere di san Paolo e della sua spiritualità. 
Egli è così rimasto nei secoli, fino ad oggi, il vero maestro e apostolo delle genti. 
Il primo commento patristico, a noi pervenuto, su uno scritto del Nuovo Testamento è quello del grande teologo alessandrino Origene, che commenta la Lettera di Paolo ai Romani. 
Tale commento purtroppo è conservato solo in parte. San Giovanni Crisostomo, oltre a commentare le sue Lettere, ha scritto di lui sette Panegirici memorabili. 
Sant'Agostino dovrà a lui il passo decisivo della propria conversione, e a Paolo egli ritornerà durante tutta la sua vita. 
Da questo dialogo permanente con l’Apostolo deriva la sua grande teologia della grazia, che è rimasta fondamentale per la teologia cattolica e anche per quella protestante di tutti i tempi. 
San Tommaso d’Aquino ci ha lasciato un bel commento alle Lettere paoline, che rappresenta il frutto più maturo dell'esegesi medioevale. 
Una vera svolta si verificò nel secolo XVI con la Riforma protestante. 
Il momento decisivo nella vita di Lutero, fu il cosiddetto «Turmerlebnis» (forse 1517), nel quale in un attimo egli trovò una nuova interpretazione della dottrina paolina della giustificazione. 
Una interpretazione che lo liberò dagli scrupoli e dalle ansie della sua vita precedente e gli diede una nuova, radicale fiducia nella bontà di Dio che perdona tutto senza condizione. 
Da quel momento Lutero identificò il legalismo giudeo-cristiano, condannato dall'Apostolo, con l'ordine di vita della Chiesa cattolica. 
E la Chiesa gli apparve quindi come espressione della schiavitù della legge alla quale oppose la libertà del Vangelo. 
Il Concilio di Trento (1545 - 1563) interpretò in modo profondo la questione della giustificazione e trovò nella linea di tutta la tradizione cattolica la vera sintesi tra Legge e Vangelo, in conformità col messaggio della Sacra Scrittura letta nella sua totalità e unità." Benedetto XVI, Udienza Generale 4 febbraio 2009

Immagine : Scuola Ecclesia Mater

venerdì 26 giugno 2015

Teramo : i nostri Fratelli che "si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare"

Domenica 28 giugno i cari fratelli teramani, auto-concentrati nel piccolo paese montano di Faieto , celebreranno l'ultima Messa nell'antico rito romano ( la cosiddetta forma extraordinaria della Liturgia Cattolica) perchè anche il sacerdote, supplente da due anni dei commissariati Francescani dell'Immacolata che nel frattempo hanno   dovuto lasciare la bella Teramo, è stato esonerato da ogni incarico in Diocesi.
L'Antifona d'Introito della Messa della quinta domenica dopo la Pentecoste , che coincide appunto con il 28 giugno, inizia con uno dei versetti biblici più conosciuti dal popolo “Exaudi Domine, vocem meam(Ps 26,7.9.1).
Per fede noi sappiamo che “Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini” .
Prima o poi Egli rivolgerà il Suo sguardo misericordioso anche sui quei bravi fedeli teramani che hanno commesso, e forse lo stanno ancora facendo , errori su errori sia pur in buonissima fede.
Messainlatino ha proposto  un collage di post dedicati alla "questione" teramana.
Il nostro affetto (ed ammirazione) nei confronti dei "capi" del gruppo teramano non ci esonera tuttavia dalla critica per la gestione fallimentare e infruttuosa della loro vicenda "missa antiqua".
Come dei bambinetti essi si sono lasciati sedurre da alcune chimere volgendosi alle fiabe piuttosto che fissare lo sguardo sulla bella realtà del Magistero della Chiesa che  ai gruppi legati all'antica Liturgia dona   tre diamanti preziosi  : Summorum Pontificum- Universae Ecclesiae-Parrocchia .
Abbiamo più volte notato un'  abitudine tipica dei Francescani dell'Immacolata, prima del commissariamento :  cullare i loro fedeli più fedeli in una specie di limbo permanentemente fanciullesco senza farli crescere come uomini e donne liberi e responsabili " per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male" (Mt 5,38-42)
Ecco alcuni "risultati" di quell'impostazione:
- si bada più alla persona del Consacrato piuttosto che all'Ideale liturgico; 
- c'è un evidente incapacità di muoversi come adulti nell'ambito ecclesiastico con quella dignità di membri maturi della medesima ecclesia
- persiste un pre-adolescenziale disorientamento nell'impugnare d'istinto le armi della fede e del Magistero per la necessaria "praesidia militiae christianae".
Di quà l'errore più vistoso commesso dai fedeli/bambini teramani ( immessi, lo ripetiamo, dagli educatori  francescani dell'Immacolata nell' illogica condizione fanciullesca ) :  essi non hanno confidato appieno della forza del Magistero che si chiama Summorum Pontificum- Universae Ecclesiae-Parrocchia preferendo  i loro chimerici balletti.
Adunque prima ancora di augurarci che il Signore Onnipotente ascolti la voce di quei bravi fedeli ( “Exaudi Domine, vocem meam” ) vogliamo con  cuore di amici e di fratelli supplicare la Divina Provvidenza affinchè "illumini i loro cuori".
Il Papa ci esorta ci uscire dalla "cultura del provvisorio" scappando dalla " sabbia dei sentimenti che vanno e vengono" per ancorarci "sulla roccia dell’amore vero, l’amore che viene da Dio".
Confidiamo tutti nella materna protezione della Madonna Santissima, Madre della Chiesa, che ci indica sempre l'unica via da seguire : il Magistero con i suoi insegnamenti e i suoi decreti. Perchè " i precetti del Signore danno gioia" e " la legge del Signore è perfetta rinfranca l'anima" !
Buona maturazione a tutti : in primis a coloro che scrivono ed anche a coloro che leggono.

Andrea Carradori

giovedì 25 giugno 2015

Il Papa "In Europa, bisognosa di svegliarsi"

Papa: Chiesa costruisce ponti, ma non si lascia colonizzare da pensieri forti

 La Chiesa costruisce ponti ma non si lascia colonizzare dai pensieri forti di turno: è quanto ha detto il Papa alla Comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica che prepara i sacerdoti al servizio diplomatico della Santa Sede. 

Ce ne parla Sergio Centofanti:
La Santa Sede – ha ricordato il Papa ai sacerdoti che la rappresenteranno nel mondo – “è la sede del Vescovo di Roma, la Chiesa che presiede nella carità, che non si siede sul vano orgoglio di sé” ma “sul coraggio quotidiano dell’abbassamento del suo Maestro. La vera autorità della Chiesa di Roma è la carità di Cristo”:
Questa è la sola forza che la rende universale e credibile per gli uomini e il mondo; questa è il cuore della sua verità, che non erige muri di divisione e di esclusione, ma si fa ponte che costruisce la comunione e richiama all’unità del genere umano; questa è la sua segreta potenza, che alimenta la sua tenace speranza, invincibile nonostante le momentanee sconfitte”.
Papa Francesco invita i sacerdoti futuri diplomatici a “non lasciarsi inaridire” o “svuotare dal cinismo” ma a coltivare la memoria di Gesù:
Non siete chiamati ad essere alti funzionari di uno Stato, una casta superiore auto-preservante e gradita ai salotti mondani, ma ad essere custodi di una verità che sostiene dal profondo coloro che la propongono, e non il contrario”.
La missione dei rappresentanti della Santa Sede è dunque quella di diventare “ponti”, sconfiggendo “la presunta superiorità dello sguardo che impedisce l’accesso alla sostanza della realtà, la pretesa di sapere già abbastanza” e superando “i propri schemi di comprensione, i propri parametri culturali, i propri retroterra ecclesiali”. 

Quindi il Papa aggiunge:Il servizio al quale sarete chiamati, richiede di tutelare la libertà della Sede Apostolica, che per non tradire la sua missione davanti a Dio e per il vero bene degli uomini non può lasciarsi imprigionare dalle logiche delle cordate, farsi ostaggio della contabile spartizione delle consorterie, accontentarsi della spartizione tra consoli, assoggettarsi ai poteri politici e lasciarsi colonizzare dai pensieri forti di turno o dall’illusoria egemonia del mainstream.
I rappresentanti pontifici svolgeranno questa missione in tutti i continenti:
In Europa, bisognosa di svegliarsi; in Africa, assetata di riconciliazione; in America Latina, affamata di nutrimento e interiorità; in America del Nord, intenta a riscoprire le radici di un’identità che non si definisce a partire dalla esclusione; in Asia e Oceania, sfidate dalla capacità di fermentare in diaspora e dialogare con la vastità di culture ancestrali”.
Infine il Papa invita i futuri diplomatici ad essere “pastori autentici” e ad avere il coraggio di scostarsi “dai margini di sicurezza di quanto già si conosce e gettare le reti e le canne da pesca in zone meno scontate, senza adattarsi a mangiare pesci preconfezionati da altri”. 

 

Fonte : Radio Vaticana

martedì 23 giugno 2015

Rusconi "SAN GIOVANNI/20 GIUGNO: CE N'EST QU'UN DEBUT, CONTINUONS LE COMBAT"

SAN GIOVANNI/20 GIUGNO: CE N’EST QU’UN DEBUT, CONTINUONS LE COMBAT - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 21 giugno 2015

Sabato 20 giugno un popol s’è desto. Da una folla immensa e colorata un grande sì alla famiglia e un inequivocabile ‘No pasaran’ all’indottrinamento gender e ai disegni di legge Cirinnà, Scalfarotto e Fedeli. Sarà ascoltata? Un duro richiamo alla realtà per il segretario generale della Cei Galantino, per i vertici di CL, per l’associazionismo cattolico collaterale al potere e per il governo del ‘cattolico’ Renzi.


Dagli atri muscosi, dai fori cadenti (…) un volgo disperso repente si desta/intende l’orecchio/solleva la testa/percosso da novo crescente romor…  E’ il coro del III atto dell’ ‘Adelchi’, tragedia di Alessandro Manzoni sul crollo del dominio longobardo in Italia e il conseguente ‘risveglio’ popolare, appena giunta notizia della sconfitta del re Desiderio ad opera del futuro Carlo Magno presso Susa. Fatte le debite distinzioni storiche, sabato 20 giugno piazza san Giovanni ha visto il risveglio inatteso di un popolo fin qui ufficialmente irrilevante per i grandi massmedia e per i Palazzi del potere, un po’ come è accaduto in Francia con gli esordi clamorosi della ‘Manif  pour tous’. Un popolo di tutte le età convenuto dalle Alpi alla Sicilia con la precisa volontà di sfidare l’avanzata della truce macchina da guerra del pensiero unico in materia di famiglia, vita ed educazione. Che s’è trovato a sfidare anche quel po’ po’ di acqua che il cielo (con la c minuscola) ha scaricato su piazza San Giovanni per quaranta minuti prima dell’inizio dell’incontro: quale altra manifestazione non si sarebbe dispersa? Invece le decine di migliaia già presenti in piazza hanno steso teli impermeabili sui passeggini, hanno stretto a sé i bimbi, si sono protetti alla bell’e meglio con ombrelli improvvisati e hanno avuto perfino la forza di cantare: anche il nubifragio s’è dovuto arrendere alla volontà di chi c’era.
Ce n’est qu’un début, continuons le combat (non è che un inizio, la battaglia continua): il celebre slogan del ’68 francese (poi ripreso anche dalla Manif pour tous transalpina), è una realtà: non sarà facile smobilitare la folla di piazza san Giovanni, cosciente di aver dato il primo, grande avvio a una stagione che si preannuncia lunga e combattuta. Le prime reazioni della nota lobby e dei suoi conniventi parlano un linguaggio violento, totalitario: manifestazione inutile e odiosa, piazzata omofoba, un salto nella preistoria. Anche: Ho visto un’Italia medievale (Cirinnà, prima firmataria del disegno di legge per il ‘matrimonio gay’), Una manifestazione inaccettabile (Il sottosegretario Scalfarotto, primo firmatario del disegno di legge liberticida ‘contro l’omofobia’). Non è finita: c’è chi vaneggia (Franco Grillini) del complotto gender completamente inventato nelle stanze vaticane. La piazza piena brucia e dunque le reazioni sono di una arroganza pari alla dolorosa sorpresa. Accresciuta, tale sorpresa, dal fatto che il nubifragio aveva fatto ben sperare la nota lobby e i suoi conniventi in un flop clamoroso della manifestazione. Insomma: dall’esultanza allo scoramento condito di una rabbia direttamente proporzionale alle illusioni maturate nel primo pomeriggio.

L’IRA FUNESTA DEL SEGRETARIO GENERALE DELLA CEI, IL CASO DI “AVVENIRE”. SI INCOMINCIA A PARLARE DI DIMISSIONI 
Molto stizzita anche la reazione del segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, che ha lavorato tanto (ma proprio tanto) perché la manifestazione neppure nascesse e ha poi tentato di soffocarla in culla. Galantino si è sentito preso di mira da un passo dell’intervento di Kiko Arguello: “Sembra che il segretario generale della Cei (Galantino, già citato in precedenza da Arguello) abbia detto altro, ma il Santo Padre sta con noi”. Subito il nuovo portavoce della Cei, il mite don Ivan Maffeis, è stato ‘precettato’ e ha dovuto rilasciare una dichiarazione molto dura verso Arguello: “Kiko Arguello si è reso protagonista di una caduta di stile gratuita e grave. Contrapporre il Papa alla Cei, e in particolare al suo segretario generale, è strumentale e non veritiero”. C’è dell’altro. Il quotidiano ufficiale della Cei, ormai marcato a uomo da Galantino, non solo ha pressoché ignorato la manifestazione fino all’altro giorno. E sabato 20 ha pubblicato un commento del direttore, in cui – già nel titolo a tutta pagina e nel sommato – si esprimeva “qualche paura”. Quale? Che la manifestazione brandisse a mo’ di “battaglia” (termine odiatissimo dai cultori della ‘bandiera bianca’) termini come padre e madre. Stamattina, domenica 21, “Avvenire” ha fatto ancora di meglio. In prima pagina l’articolo principale è dedicato alla lotta all’azzardo, con commento. L’editoriale alla strage di Charleston, negli Stati Uniti. A centro pagina una grande foto per la visita del Papa a Torino. Sulla destra un richiamo con foto più piccola alla manifestazione: già nelle poche righe in prima pagina si è voluto inserire la frase: “Unica nota stonata la polemica pretestuosa di Kiko Arguello”. Dentro, a pagina 9 (!) l’articolo di cronaca, un altro articolo dal titolo “La festa felice di chi non è contro” (NdR: dev’essere un’ossessione quel ‘non essere contro) e un commento siglato “Avvenire” dal titolo “Grande, bella e pacifica (con un po’ di zizzania)”, in cui si legge: “Peccato solo per la pretestuosa e presuntuosa polemica di un oratore, uno solo: Kiko Arguello. Ha ceduto al vizio di emulare e assecondare chi cerca di seminare zizzania nella Chiesa. Peccato, davvero”. “Avvenire”, meritevole di tante lodi su battaglie antropologiche fondamentali per la dignità umana, sul 20 giugno è stato oggettivamente penoso e sta suscitando una forte indignazione in molti cattolici. Quanto scritto da “Avvenire” è il ringraziamento di Galantino a chi ha voluto caparbiamente (e c’è pienamente riuscito) portare in piazza centinaia di migliaia di cattolici per difendere la famiglia e contrastare il pensiero unico del gender. Forse il segretario generale della Cei, un vescovo-pilota perdipiù perdente, non sa che un pastore deve avere addosso l’odore delle pecore (ma allora legga meglio papa Francesco!). Galantino distingue palesemente tra le pecore di serie A, quelle docili e pronte a ogni compromesso sui valori fondamentali dell’uomo (pur di non guastare i rapporti con il governo di cattolici à la carte e poltronisti) e quelle che invece restano con forte volontà fedeli alla dottrina sociale della Chiesa, manifestandolo pubblicamente e dunque visibilmente davanti all’intera comunità. Più d’uno sabato pomeriggio si chiedeva se non sia ormai il caso che il segretario generale incominci a pensare alle dimissioni (o venga consigliato in tal senso) per ripetuta e manifesta incapacità di comprendere una parte consistente del suo popolo.

UN DURO RICHIAMO AI VERTICI DI CL E DELLE ALTRE ASSOCIAZIONI CATTOLICHE DI MASSA 
La manifestazione del 20 giugno si è rivelata un avvertimento molto doloroso anche per i vertici odierni di CL (ivi compreso lo stesso don Carron). La non adesione - motivata dalla curiosa opinione che le adunate di piazza non sarebbero mai servite e non servirebbero a niente - è stata letteralmente ignorata da decine di migliaia di ciellini. Quando dal palco Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, ha detto che “se fosse ancora vivo, oggi don Giussani sarebbe qui insieme con noi”, dalla piazza si è levato un vero boato di approvazione. C’è materia dunque per riflettere ai piani alti di CL.
Duro il richiamo anche per le altre associazioni e movimenti cattolici di massa assenti a piazza San Giovanni, dall’Azione cattolica a Rinnovamento nello Spirito, dai Focolarini agli scout dell’Agesci (che, come è noto, in alcune centinaia dopo aver sentito il Papa a San Pietro sono andati ad applaudire il Gay pride con tanto di cartelli politicamente corretti), dalle Acli a tutte quelle aggregazioni meno numerose ma molto influenti, a partire dalla Comunità di Sant’Egidio. Forse i vertici di tali associazioni avranno incominciato a capire che c’è un mondo cattolico, numericamente molto rilevante, che non è disposto ad alzare bandiera bianca per presunte convenienze ecclesiali o politiche.

LE DIFFERENZE CON IL ‘FAMILY DAY’ del 2007
La piazza di ieri era diversa da quella del ‘Family Day’ del 2007. Che è stato un grande successo, ma fondato su premesse differenti. Nel 2007 è la Cei, grazie all’azione intelligente e tempestiva del cardinale Ruini, che ha stimolato (oltre che finanziato) la partecipazione della gran parte del mondo associazionistico. In quell’occasione “Avvenire”, diretto da Dino Boffo, aveva preparato con continuità, ricchezza di contributi e incisività l’appuntamento del 12 maggio. Erano stati coinvolti direttamente anche il mondo politico e quello sindacale di area cattolica.
Sabato 20 giugno 2015 invece la manifestazione è stata convocata da un Comitato di laici temerari (razionalmente c’erano molti dubbi sulla riuscita dell’evento), nato il 2 giugno precedente, dunque diciotto giorni prima. In tale lasso di tempo, i promotori -ignorati dai grandi massmedia fin quasi all’ultimo, sostanzialmente osteggiati dalla segreteria generale della Cei e da “Avvenire”, disdegnati dai vertici delle grandi associazioni cattoliche salvo il movimento neocatecumenale, avendo l’appoggio solo di qualche cardinale e vescovo coraggiosi -  sono riusciti a portare in piazza una folla enorme di cattolici. Un vero ‘miracolo laico’, preparato attraverso centinaia di incontri svoltisi in tutta Italia sul tema del gender e dei disegni di legge in corso di esame parlamentare e organizzati in particolare da Massimo Gandolfini (portavoce della manifestazione), dalla ‘Croce’ di Mario Adinolfi, da “Notizie pro-vita”, dai Giuristi per la Vita di Gianfranco Amato, da Alleanza cattolica. E’ giusto aggiungere che il Comitato non è stato sponsorizzato da nessuno: anche la richiesta a Tremitalia di poter usufruire di un biglietto scontato sui treni, come l’azienda ha sempre fatto in casi analoghi, è stata respinta. Ognuno ha dunque pagato di tasca propria e si è sobbarcato in diversi casi viaggi notturni, lunghi e faticosi per poter raggiungere quella Roma in cui si è dovuto confrontare poi anche con i torrenti d’acqua che scendevano dal cielo. Qui una grande lode va anche a chi ha curato con successo i non facili aspetti tecnici dell’organizzazione, come Nicola Di Matteo e Maria Rachele Ruiu.

ANALOGIE E DIFFERENZE CON LA ‘MANIF POUR TOUS’ FRANCESE
Dapprima diverse analogie. La Manif pour tous è sbocciata in Francia in poco tempo. A novembre 2012 le prime manifestazioni con decine di migliaia di persone, a gennaio 2013 la prima adunata di massa a Parigi con oltre un milione di persone. La Manif pour tous è stata ignorata per mesi dai poteri massmediatici, fino a quando non è stato più possibile nascondere il fenomeno. Che allora è stato, bon gré mal gré, evidenziato, ma nel contempo accusato di “omofobia”, di “arretratezza culturale” proprio come hanno fedelmente testimoniato le prime reazioni italiane della nota lobby e dei suoi conniventi alla grande testimonianza di piazza San Giovanni. Non solo: si è cercato nel contempo di togliere credibilità alla Manif francese, irridendone i promotori. Il che sta accadendo puntualmente pure in Italia. Ancora: si è tentato di minimizzarne l’impatto sull’opinione pubblica (e però le foto e i video parlano da sé…), sostenendone l’inutilità. Altra analogia: la Manifè stata organizzata da laici, in buona parte cattolici. Ma nella Manif erano presenti anche persone di altre confessioni e religioni, oltre a non credenti. Proprio come sabato a San Giovanni: dal palco hanno parlato (suscitando grandi applausi) anche l’imam Mohamed di Centocelle (in nome della comunità islamica di Roma), l’evangelico Giacomo Ciccone (in nome della grande maggioranza del protestantesimo italiano), il rappresentante di varie etnie presenti a Roma. Molto gradito il messaggio del Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, letto dal palco (data l’impossibilità di partecipare fisicamente essendo sabbath), sulla necessità di non lasciarsi travolgere dalle nuove ideologie antropologicamente sovversive. Un’ulteriore analogia: la presenza di persone omosessuali. Dal palco è stato letto il messaggio (anch’esso applaudito più volte a scena aperta) inviato dall’associazione Genitori e amici di persone omosessuali (Agapo), in cui si sostiene con forza che il disegno di legge Cirinnà “non fa il bene degli omosessuali” in genere e in particolare “dei nostri figli”, che sarebbero spinti alla “confusione”. Nel testo si sostiene che “il ‘matrimonio gay’ non ha senso sul piano antropologico” e costituirebbe “una grave ingiustizia sul piano sociale”. Altro messaggio letto: quello del presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, l’arcivescovo Vincenzo Paglia. Un’ultima analogia: la Chiesa di Francia, se ha stimolato con il cardinale Ving-Trois alla riflessione sull’argomento e con il cardinale Barbarin è voluta essere sempre presente agli appuntamenti della Manif, in genere non l’ha appoggiata, tenendosene assai distante nella maggioranza dei vescovi e delle associazioni cattoliche tradizionali.
Una differenza – enorme – però c’è: la Maniffrancese è sbocciata troppo tardi, quando alcune leggi liberticide erano già in vigore. La Manif italiana invece è ancora in tempo per bloccare i disegni di legge frutto dell’ideologia totalitaria del gender. Ora naturalmente, se al Comitato “Difendiamo i nostri figli” spetta di prefigurare rapidamente nuovi modi di intervento, per i parlamentari cattolici il compito è quello di agire immediatamente e incisivamente a Palazzo Madama e a Palazzo Montecitorio. Si deve dire che i segnali dai ‘cattolici’ del Pd, quelli delle continue mediazioni a basso prezzo, non sono incoraggianti. E neppure quelle dei ‘cattolici à la carte’ di Palazzo Chigi. Occorre insistere, come ha chiesto più volte coralmente la piazza, sul ‘no’ chiaro e inequivocabile ai disegni di legge Cirinnà e Scalfarotto e a quello Fedeli sulle ‘pari opportunità’, a meno che da quest’ultimo non venga tolto l’emendamento che prescrive l’indottrinamento gender nelle scuole. E’ interessante notare che la piazza ha accompagnato con un boato di disapprovazione la citazione delle “autorità istituzionali” che non hanno accettato l’invito a essere presenti. E con un boato di disapprovazione ancora maggiore la citazione  (da parte di Mario Adinolfi) del sottosegretario Scalfarotto, che in tempo reale ha definito “inaccettabile” la manifestazione.
Altra differenza: la presenza massiccia in particolare di un movimento cattolico, il Cammino neocatecumenale. In Francia invece i gruppi aderenti erano tanti e in genere minuscoli, poi naturalmente molto cresciuti. A Piazza San Giovanni si è levato un altro boato quando alle 15.20 – dieci muniti prima dell’inizio della manifestazione - si è affacciato sul palco Kiko Arguello, che si è presentato con poche parole: “Buonasera a tutti! Alla battaglia! Coraggio!”. Ancora una volta: complimenti al Cammino neocatecumenale che ha ritenuto fondamentale scendere in piazza hic et nunc, qui e ora, per cercare di impedire che il pensiero unico entri nella città di soppiatto, grazie ai conniventi e ci metta tutti con le spalle al muro.

SUL PALCO L’ICONA DELLA ‘SALUS POPULI ROMANI’ 
Oltre al logo della manifestazione sulla destra del palco, in alto, è stata affissa la copia di una icona particolarmente cara ai romani (e molto cara anche al Papa): quella della Salus populi romani, conservata in Santa Maria Maggiore: “E’ il saluto di Roma a tutti quelli che vengono da fuori”, ha detto Massimo Gandolfini.

QUALCHE SPUNTO DALLA MANIFESTAZIONE 
Da Cagliari. Usciamo verso le 12.30 da casa a Piazza Bologna e vediamo una colonna di persone con la bandiera dei Quattro Mori. Da dove venite? Da Cagliari. In quanti siete? Almeno in duecento. Come raggiungete piazza San Giovanni? A piedi, sono quasi cinque chilometri. Una signora in carrozzella: Io sono su gomma. E se dovesse piovere forte come previsto? Fa bene una rinfrescata. Questo lo spirito della manifestazione. 
Metropolitana. Scendiamo alla metropolitana: vagoni già pieni. Tante chitarre. Siete neocatecumenali? Come fa a saperlo? Si ride. Da dove? Da Palermo. Quanti siete? Trecento. Giungiamo a Termini e si cambia. La banchina della metro A è già piena di bresciani, anche di cremonesi (siamo ciellini). Arriva il convoglio, un vagone straripa  di marchigiani, da Macerata. Un buon inizio, no? 
Striscioni e cartelli. Sulla piazza, prima che scoppi il nubifragio, facciamo in tempo ad annotare i contenuti di alcuni striscioni e cartelli, intanto che risuonano i canti dei gruppi neocatecumenali. Centinaia di bandiere della Manif rosa e azzurre su modello francese. ‘Manif’ da Empoli (oltre cento). Difendiamo i nostri figli, no al gender nelle scuole. Maschio e femmina Dio li creò. Tutti nascono da mamma e papà. Nella famiglia il futuro dell’Italia. Citazioni dell’articolo 26 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (quello sul diritto prioritario dei genitori per l’istruzione dei figli) e degli articoli 29 e 30 della Costituzione italiana (famiglia naturale, educazione dei figli). Mamma e papà, aiuto! No al disegno di legge Cirinnà (grande striscione della Manif pour tous). L’ideologia gender è più pericolosa dell’Isis. Teoria gender?No grazie. Sulle unioni omosessuali, Renzi, chi siamo noi per arrogarci il diritto di procreare in modo artificiale bambini orfani? Dalla sana educazione dipende la felicità di una Nazione (frase di san Giovanni Bosco).
Dal palco. La folla si estende a perdita d’occhio, non si riesce a intravvederne la fine. Grappoli umani si abbarbicano alla grande statua di san Francesco.
Oratori 1. Massimo Gandolfini introduce e spiega l’ideologia gender e un video che presenta il Papa mentre parla di ‘colonizzazione ideologica’ e chiede di “agire contro”. La famiglia Aquino racconta in breve la sua esperienza di educazione dei figli (11). La giornalista e scrittrice Costanza Miriano illustra con linguaggio colloquiale la differenza tra maschio e femmina nella quotidianità: “I figli sono generati, non comprati!”
Oratori 2. Dopo un bel video della Manif pour tous, parla l’avvocato umbro Simone Pillon: “E’ da tanto tempo che aspettavamo questa piazza! Il combattimento gigantesco che stiamo conducendo non è contro le persone, ma contro le ideologie! Noi ci siamo alzati in piedi! L’Italia ha un compito insostituibile, è l’ultimo baluardo di un’antropologia scritta nell’uomo” (boato della piazza). La famiglia Sergio Angori racconta poi l’esperienza della figlia che, in seconda media, ha avuto una docente che ha propagandato per tutto l’anno l’ideologia del gender.
Oratori 3. Subito un boato per il presidente dei Giuristi per la Vita Gianfranco Amato: “Non è vero che in questa piazza non ci sono le istituzioni, perché – secondo la Costituzione – la sovranità appartiene al popolo”. E “il popolo è qui per dire: Basta!”. Purtroppo “oggi viviamo in una democrazia totalitaria che sta tentando per legge di imporre l’ideologia gender. Occorre opporsi a ogni tentativo in tal senso” (boato). Amato cita ancora il Papa (“colonizzazione ideologica”, paragone con la “gioventù hitleriana”). Poi definisce la manifestazione “il primo grande atto collettivo di resistenza contro l’imposizione della dittatura del pensiero unico da parte di una lobby che non ha niente a che vedere con il popolo” (boato). Ricorda un passo del discorso di Winston Churchill del giugno 1940 per la resistenza al nemico nazista. E aggiunge: “Noi combatteremo nelle scuole, nelle piazze, nelle cabine elettorali” (boato). “Non ci arrenderemo mai! Mai mai!” (boato)
Oratori 4. Tocca poi all’ex-sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, presidente dei Comitati “Sì alla famiglia” tener vive le emozioni della folla. Mantovano ricorda le “tante bombe sulla famiglia”, buttate sul popolo italiano in poco tempo: dal divorzio breve a quello facile (“Si impiega più tempo a disdire l’abbonamento telefonico che non a divorziare”), la fecondazione eterologa, la selezione genetica degli embrioni, il disegno di legge Cirinnà (travolto da un doppio, possente coro di ‘no!’). “Forza, coraggio e speranza!” conclude Mantovano (boato).
Oratori 5. Dopo un video molto chiaro sulla relazione tra madre e figlio, tocca a Mario Adinolfi , direttore de “La Croce”. Già abbiamo detto dell’accenno a Scalfarotto, sepolto dalla disapprovazione corale della piazza. Adinolfi fa capire che l’articolo 5 del disegno di legge Cirinnà introduce de facto (pur se scritto naturalmente in un burocratese incomprensibile ai più) la possibilità di adozione per i gay. Citando a tale proposito Elton John, ne ripercorre i tentativi fatti – dopo essersi “sposato” con un uomo – per comperare un figlio (“i soldi possono tutto”), ma il figlio – generato con l’utero in affitto e portato in grembo da un’altra donna - piange continuamente perché cerca inutilmente il seno della madre. Un vero capitolo di disumanità, dovuto al fatto che Elton John “vuol essere come Dio e non conosce il senso del limite naturale: l’uomo non può essere Dio!”. Per Adinolfi il disegno di legge Cirinnà “è il coronamento dell’ideologia gender”: “Perciò noi dobbiamo batterci per i veri diritti civili e senza vescovi-pilota!” (boato).
Oratori 6: Tocca a Kiko Arguello: la testimonianza pubblica “è indispensabile per essere coerenti con la propria condotta di vita”. In un momento in cui “l’Europa sta commettendo un grave peccato contro la Luce”. Il fondatore del Cammino neocatecumenale introduce un brano famoso dall’ “Apocalisse” di san Giovanni sulla donna vestita di luce, coronata di dodici stelle, cui un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna cerca inutilmente di strappare il figlio appena partorito. L’arcangelo Michele con i suoi angeli sconfiggerà il drago, pure sostenuto da altri angeli, precipitandolo sulla terra. La folla neocatecumenale canta con forza il brano, accompagnando la voce di Arguello, in spagnolo e in italiano.
Si giunge alla fine con i ringraziamenti e l’ “arrivederci” di Massimo Gandolfini, mentre le nubi gonfie di altra pioggia si avvicinano e incominciano a scaricarsi di nuovo. La folla sciama rapidamente, anche perché le strade in un batter d’occhio si trasformano in torrenti. Per caso reincontriamo Adinolfi, che sta attendendo un bus che non arriva. Tanti (veramente tanti) che passano lo ringraziano ad alta voce, gli stringono la mano, perfino lo salutano dai finestrini abbassati delle auto che hanno incominciato a ripopolare la strada. Il bus non arriva, la metropolitana è lontana (chiusa la fermata di san Giovanni), non resta che sospirare un tassì. Che giunge e ci porta a Largo Argentina: intanto il tassista, spontaneamente parla della manifestazione e dice che “è stata una cosa buona, ci voleva, il matrimonio è solo tra uomo e donna”. Il popol s’è desto.

Fonte : Rossoporpora