domenica 21 dicembre 2014

Due Vescovi al Parlamento Europeo ( M.Bongi)

Il Vescovo di Roma ha visitato il Parlamento Europeo. 
Era il 25 novembre. 
Ho ascoltato attentamente il Suo discorso: ho sentito ripetuti riferimenti ai diritti umani, condanne alle discriminazioni, preoccupazioni per la mancanza di lavoro, ripetuti appelli in favore della dignità delle persone, anatemi contro l'individualismo, la burocrazia, gli intellettualismi, gli eticismi senza bontà ecc.
Ho udito solo tre volte, fugacemente e quasi di nascosto, la parola Dio, mai, assolutamente mai, il nome di Nostro Signore Gesù Cristo... 
Costui ovviamente è il capo visibile della Chiesa Cattolica e non ha senso, secondo alcuni, domandarsi se possa o meno "sentire" cum Ecclesia.
Il 9 dicembre, sempre al Parlamento europeo, ma presso la sede di Bruxelles, si è presentato un altro Vescovo cattolico, non in "piena comunione" e quindi non in grado di esercitare, in modo legittimo, alcun ministero. 
Egli tuttavia, benedicendo il Presepe, ha ricordato che i leaders europei devono naturalmente obbedire a Dio che si è incarnato per salvarci, onorare il Re dei Re, che tutta la salvezza umana parte dal Presepe, ed ha infine ricordato una famosa espressione del card. Pie: "Se non è venuto il tempo per Gesù di regnare, non è neppure il tempo per i governi di durare".
Tale Vescovo, secondo i medesimi commentatori, non sentirebbe "cum Ecclesia" e quindi non andrebbe nè ascoltato, nè tantomeno seguito.
Chi ama la Chiesa dunque non dovrebbe proclamare in pubblico Gesù Cristo, chi ama il Papa lo dovrebbe anteporre a Colui che il Papa rappresenta sulla terra. 
Io francamente ci capisco ben poco e mi chiedo: perchè allora Signore mi hai donato un cervello, una ragione, una capacità di pensare?
Lo so che questi doni non sono apprezzati dal Tuo Vicario ma tu comunque me li hai dati e la mia Fede non può prescindere da essi. 
Per questo seguirò il Vescovo non in "piena comunione" e pregherò per il ravvedimento di quello venuto dalla fine del mondo.

Marco BONGI

sabato 20 dicembre 2014

Dall'esorcista perchè il figlio è " tradizionale ", su "consiglio" del Parroco.


Chi di noi, dopo la scelta di seguire la spiritualità "tradizionale", non ha sofferto , e soffre, d' incomprensione da parte dei familiari, amici e colleghi di lavoro?
Prima dell'invenzione di Internet i fedeli legati alla spiritualità antica ( ora abbiamo tutti i capelli bianchi ... )   credevamo ( soffrendo ) di essere degli strani individui isolati ... una specie di bestie rare .
Ci aggrappavamo, come un naufrago disperato al tronco d'albero che galleggiava,  ai rari "bollettini" ( ciclostilati o stampati) che eroici e generosi fratelli nella sofferenza tradizionale avevano la bontà di spedirci.


Come avviene con la società laica anche quella religiosa sembra muoversi in un binario unico.
E' stato così prima del Concilio Vaticano II ( quando alcune espressioni teologiche e liturgiche sono state penalizzate perseguitando, anche fortemente,    i gruppi che si identificavano in esse ) .
Dopo l'ultimo Concilio in un crescendo è  toccato invece a coloro che si trovano più al sicuro  con l'antica impostazione teologica e liturgica della chiesa...
Mancanza di carità ( documentatissima ) prima del Concilio.
Mancanza di carità ( documentatissima ) dopo il Concilio.
Nella Chiesa c'è sempre un gruppo vincente che impone soavemente una linea, un'impostazione a tutta la comunità ecclesiale.
Verrebbe da dire, con la saggezza popolare : "chi la fa, l'aspetti ..." e così all'infinito ...


Vane furono le raccomandazioni che il buon pastore, il mite Successore di Pietro Papa Benedetto XVI volle indirizzare ai Vescovi francesi ( e con essi idealmente a tutta la Chiesa ): "Nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire “a casa sua”, e mai rifiutato".


Il "rifiuto" di colui o coloro che pregano come i nostri Padri della Fede è tutt'ora assai forte anche perchè talune espressioni della vita ecclesiale, soprattutto in Italia, sembrano prediligere le forme carismatiche e pentecostali fortemente basate sull'emotività e l'atto cultuale sembra essere messo in ombra dal sensazionalismo individuale o collettivo.
Non ci meraviglia dunque la storiella ( pars prima ) che alcuni Sacerdoti raccontano per le vie dell'Urbe : sembrerebbe una divertente burla da "internet " se non fosse vera. 
Fa invece riflettere sullo stato, ora quasi del tutto inesistente, del "sentire cum Ecclesia" in cui siamo apparerentemente sperduti :  " per una selva oscura ché la diritta via era smarrita ".


Una buona  mamma  non riesce a capire perchè il più giovane dei suoi ragazzi è troppo  " severo ".
In altra epoca sarebbe stato ammirato (ed ambito) come "figlio  ideale" :   sposato  in chiesa , padre di due pargoli, non trascura mai la preghiera anche in famiglia   .
Preferisce le Marce per la Vita e  si reca con la moglie alle prime proiezioni  del film Cristiada portando amici e parenti.

In casa cerca, quando gli è possibile, di recitare il Rosario serale  per impetrare la misericordia di Dio continuamente offeso dai peccati di una società ostile al Vangelo .


Partecipa ai pellegrinaggi con tanto di processioni per il centro di Roma .
Assiste quasi quotidianamente alla Messa celebrata nel rito tridentino !

La mamma nonostante abiti nella Diocesi del Papa non riesce a comprendere che suo figlio e sua nuora  approfondiscono un tipo spiritualità  esattamente come il Papa   insegna   : "Dio ci chiama tutti alla santità, a vivere la sua vita, ma ha una strada per ognuno. Alcuni sono chiamati a santificarsi costituendo una famiglia mediante il Sacramento del matrimonio. 
C’è chi dice che oggi il matrimonio è “fuori moda”. 
E' fuori moda? [No...]. 
Nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi per tutta la vita, di fare scelte definitive, “per sempre”, perché non si sa cosa riserva il domani. 
Io, invece, vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare contro corrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo, crede che voi non siate in grado di assumervi responsabilità, crede che voi non siate capaci di amare veramente. 
Io ho fiducia in voi giovani e prego per voi. 
Abbiate il coraggio di “andare contro corrente”.


In piena "primavera della chiesa" - dei lobotomizzati- le parole "scomode" del Papa vengono repentinamente cestinate ...


Il Parroco della mamma , che spesso si trasforma in detective liturgico, invece è solito "salvare con nome" le  informazioni sulle abitudini religiose del figlio più piccolo, che cova pericolose tendenze tradizionali ...
E voilà in un crescendo  di  messinscene, teatralmente efficaci, il  parroco-detective ha "fortemente consigliato" alla mamma di portare il figlio da un religioso che notoriamente dispensa preghiere di guarigione e esorcistiche...

Continua ...

giovedì 18 dicembre 2014

Chiese/ristoranti a Parigi ( Des églises de Paris transformées en restaurant)

Du 1er dimanche de l’Avent à Noël, les catholiques de Paris souhaitent partager la joie de la naissance de Jésus. Des animations très diverses sont organisées par toutes les paroisses de Paris. Très diverses : processions, tractages, évangélisation de rue, manifestations publiques et … dîner dans des églises :L’évangélisation permet-elle de faire tout ? Transformer la maison du Bon Dieu en salle à manger, est-ce bien opportun ?




Dalla prima Domenica di Avvento al Santo Natale, i cattolici di Parigi desiderano condividere la gioia della nascita di Gesù.
Sono state organizzate delle iniziative e da tutte le parrocchie di Parigi. Diverse processioni, conferenze, evangelizzazione nelle strade, eventi pubblici e la cena ... nelle chiese. 
Ma tutto può essere fatto nel nome dell'"evangelizzazione"?
Trasformare la casa di Dio, in una sala da pranzo, è opportuno?

Foto 1 : Arcidiocesi Metropolitana di Parigi : Chiesa della Santissima Trinità















Foto 2 : Arcidiocesi Metropolitana di Parigi : Chiesa di Saint-Étienne du Mont

Fra i vari commenti nel blog : 

" Chissà perché mi è stato negato in una chiesa parrocchiale, ad una serata di lode e di preghiera seguita da una conferenza sul tema: Life Support dal concepimento alla morte naturale!
Mentre facciamo banchetti in queste chiese? Che peccato!
Per fortuna siamo agli occhi del Signore nostro Gesù Cristo!
Il "conto" che il Signore presenterà sarà salato, molto salato ...
Che Dio vi benedica e vi doni la  Sua pace e la Sua gioia ".

***

" Che orrore!
Quando la Pasqua ebraica si avvicinava, Gesù salì a Gerusalemme, entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: «Sta scritto:
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera.
Voi invece ne fate un covo di ladri
»  ... "

***

" Fare qualsiasi cosa :  questa è una conseguenza che caratterizza l'epoca post-conciliare nel quale le porte sono troppo spalancate  all'innovazione in evidente contrasto con l'insegnamento della Chiesa. 
La santità, l'amore che dobbiamo a Dio (primo comandamento) passa in secondo piano dopo il servizio del prossimo (secondo comandamento). 
E' la stessa liturgia ad essere distorta : al posto dell'atto culturale rivolto a Dio per la Sua gloria si fanno cose per compiacere il gusto degli organizzatori ".

" In queste chiese l' asilo nido sarà presto vietato.
E la Messa anche sarà vietata.
Nella prima foto, nessuno osava mangiare sull'altare, un residuo di rispetto?
Culto del cibo, del denaro, e in futuro faranno anche sesso all'interno della chiesa ? "

Fonte :
Riposte Catholique

mercoledì 17 dicembre 2014

Preghiamo per il Papa

Oremus pro pontifice nostro Francisco
Dominus conservet eum,
et vivificet eum,
et beatum faciat eum in terra,
et non tradat eum
in animam inimicorum eius.

Fonte : Rorate Coeli

martedì 16 dicembre 2014

Caro Padre Lombardi : "Mi pare che tocchi a lei la grata incombenza di dover precisare e rettificare quanto può prestarsi a fraintendimenti nelle parole del Santo Padre"

Rev. P. Federico Lombardi SJ
Città del Vaticano


Reverendo Padre,
sono un sacerdote che deve la sua formazione ai Gesuiti forse d'altri tempi, gli stessi che hanno di sicuro pensato alla sua nella Compagnia.
Allora si trasmetteva l'assoluta fedeltà al Vicario di Cristo, a costo della stessa vita; anzi, con il desiderio vivo, qualora ne fosse stata data la grazia, di versare il sangue per il Papa. 


A questa fede, sostenuta anche dall'esempio di mio padre, mi sono sempre attenuto, nonostante i miei peccati e le mie incoerenze di cattolico e di sacerdote. 


E' quindi fuori luogo che io possa pensare qualcosa di diverso nei riguardi di Francesco, successore di Pietro, fondamento visibile della Chiesa, la cui persona amo e venero con immutata fede, riconoscendo in Lui, e soltanto in Lui, il Dolce Cristo in terra.


Mi pare che tocchi a lei la grata incombenza di dover precisare e rettificare quanto può prestarsi a fraintendimenti nelle parole del Santo Padre.
Per questo motivo mi rivolgo a lei e non piuttosto all'ufficio preposto all'elaborazione o revisione degli interventi del Papa.
Magari lei potrà segnalare le mie perplessità a quanti assolvono questo delicatissimo compito.


Intendo riferirmi, ultimo in ordine di tempo,al discorso che il Papa ha tenuto ieri in occasione della Cerimonia per la firma della Dichiarazione congiunta dei Leader religiosi contro la schiavitù,
Più volte ricorre nel testo il termine teologico "immagine di Dio", che per noi cristiani è fondamentale. 
Dubito, tuttavia, che per un buddista (praticamente "ateo") o per un musulmano, la persona umana possa essere concepita come immagine di Dio. 


A meno che non si intenda elevare l'uomo al livello stesso della divinità. 
Sarebbe comunque un discorso radicalmente diverso da quello presente nella Rivelazione. 
E non credo che noi, così attenti al dialogo interreligioso, possiamo con leggerezza imporre agli altri ciò che è specifico della nostra visione dell'uomo.
Stesso discorso per il concetto, certamente più elaborato e quindi maggiormente impegnativo, di "confessione di fede".


Non solo. 
Il Papa dice : "Chiedo al Signore che ci conceda oggi la grazia di convertire noi stessi nel prossimo di ogni persona, senza eccezioni". 


Ora, la grazia appartiene ad un preciso ordine lessicale. 

E' chiaro che il Signore, Creatore di tutti gli uomini e desideroso della salvezza di tutti gli uomini, tenga conto delle disposizioni interiori, della rettitudine delle coscienze, e che in qualche modo faccia giungere a tutti i mezzi necessari a poter conseguire la salvezza nell'attesa della Rivelazione piena del Suo nome e del Suo disegno di salvezza. 
Ma da qui a dire che il Signore conceda la grazia anche a chi non è cristiano, ce ne passa. 

Non è per noi motivo di vanto fine a se stesso; semmai, è motivo di responsabilità grandissima. 
Ma è innegabile, comunque, che la grazia esprima alcune realtà che sono comprensibili soltanto nella confessione di fede nel Dio Uno e Trino e nella Signoria di Cristo, vero uomo e vero Dio. 

A meno che il Magistero non abbia canonizzato il pensiero di Karl Rahner, contraddicendo duemila anni di fede. 

Personalmente dubito che sia così. 

Mi è più facile pensare a qualche ufficiale che spaccia per pensiero del Papa e della Chiesa le idee che gli sono state presentate negli anni di studio teologico.

Cosa significa la conversione di noi stessi nel prossimo? 

Certo, umanamente dobbiamo sempre immedesimarci negli altri. Sarebbe più logico dire che noi cristiani ci conformiamo a Cristo, e che, grazie a Lui. ci sforziamo di vedere l'uomo con il Suo stesso sguardo. 


Ma la conversione nell'altro sa proprio di slogan, a parte la reale impossibilità che questo avvenga al di fuori della grazia. 


Sarà perciò possibile, a determinate condizioni, per un cristiano ed impossibile per un induista, malgrado la sua corretta disposizione d'animo e la sua straripante ed encomiabile umanità.


Stesso discorso per l'attribuzione alle "nostre coscienze" del detto del Signore:" Vi dico che ogni volta che l’hanno fatto a uno dei miei fratelli, lo hanno fatto a me". 
Per noi cristiani è così. 
Non può esserlo per gli altri, per quanto alcuni di questi siano certamente più meritevoli agli occhi di Dio di molti cristiani, me compreso.


In altri termini, esiste ancora un linguaggio della fede mutuato dalla divina Rivelazione? 
Esiste ancora un'identità chiara, così come descritta con dovizia dal Concilio Vaticano II?

Per lei (perdoni il giudizio temerario) saranno soltanto delle inezie.


Per me non lo sono affatto, visto che la posta in gioco è l'unicità di Cristo, solo Mediatore e Salvatore. 

In fondo, sono persuaso che il Papa, garante della nostra fede, pensi esattamente l'opposto.


Gradisca i miei cordiali saluti.

Un Sacerdote ( Teologo N.d.R.)

lunedì 15 dicembre 2014

Mons. Luigi Negri " La crisi della Chiesa, il bisogno della santità "


La crisi della Chiesa, il bisogno della santità


La Chiesa si vive. 
Dobbiamo partire da questa certezza per comprendere il momento che la Chiesa e la società stanno vivendo. 
Della Chiesa non si parla come di un oggetto a partire dalle proprie presupposizioni di carattere ideologico, culturale, filosofico o altro. 
La Chiesa si vive. 
Per la Chiesa si soffre, per la Chiesa si gioisce, soprattutto si tenta di dare il nostro apporto significativo e creativo.
Ebbene, lo scandalo della situazione della Chiesa oggi – e uso volutamente la parola “scandalo” - è che la Chiesa è stata buttata in pasto alla stampa. 
La Chiesa è uno strumento manipolabile e manipolato dalla stampa, da una stampa che in Italia è per il 90% di impostazione laicista e anticattolica. 
Quindi siamo al paradosso che la mentalità laicista la fa da padrona in casa nostra pretendendo di decidere chi sono i veri ortodossi e chi sono gli eterodossi, qual è la posizione corretta e qual è la posizione del Santo Padre, perché poi ciascuno di questi pretende o millanta un credito presso il Santo Padre. 
Per cui noi assistiamo impotenti a una manipolazione che è avvilente, cioè avvilisce la fede del nostro popolo. 
Perché il nostro popolo ha un’esperienza di fede reale e personale che non ha nulla da spartire con le pensate di Eugenio Scalfari e altri.
Questi possono essere strumenti che verificano una posizione, ma il dialogo – come più volte ha detto Benedetto XVI nel Sinodo sull’evangelizzazione - è l’espressione di una identità forte. 
Forte non di mezzi, ma forte di ragioni. 
Se c’è un’identità forte è inevitabile che questa identità ponendosi incontri uomini, situazioni, condizioni, problemi, fatiche; quindi entri in dialogo con chi ha un’altra impostazione. 
Ma se non c’è un’identità il dialogo è un illusione. 
Il dialogo è la conseguenza di un’identità, non può essere l’obiettivo. 
L’obiettivo è l’evangelizzazione.
È un momento ben definito da quell’affermazione di Paolo VI a Jean Guitton, pochi mesi prima di morire: «All'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. 
Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. 
Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». 
È un’affermazione che sollecita all’assunzione di un criterio di giudizio a cui consegue un comportamento.
Voglio ricordare questa splendida frase della lettera di san Giacomo: «Considerate perfetta letizia fratelli miei quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. 
E la pazienza completi l’opera sua in voi perché siate perfetti ed integri senza mancare di nulla» (Gc 1, 2-4).
Questo è il tempo in cui viviamo. Dire che è un tempo di prova, non significa analizzare e programmare una soluzione di questa crisi. È per l’incremento della santità. 
Dio permette certe cose perché uno assumendo una posizione vera di fronte a Cristo e alla Chiesa, possa diventare "perfetto". 
Per meno di questo non vale la pena discutere della Chiesa, come non varrebbe la pena discutere di niente.
Ecco dunque una prima osservazione, che è anche uno dei nodi centrali del cammino conciliare che la Chiesa ha fatto su se stessa, sulla sua identità, e che si è espressa nella Lumen Gentium, Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II  che poi ha trovato il suo approfondimento straordinario nel magistero di Giovanni Paolo II.  
La Chiesa è un evento di popolo
La Chiesa non è una struttura di mediazione fra un messaggio cristiano e il popolo. 
La Chiesa è il popolo di Dio, è il popolo generato dal suo Spirito, dallo Spirito del Signore crocifisso e risorto che, comunicandosi a coloro che il Signore sceglie, fa di loro un popolo. 
Un popolo che non nasce dalla carne e dal sangue, cioè dalle determinazioni naturali, ma nasce dallo Spirito, quindi è una realtà irriducibile a qualsiasi altra formulazione di popolo. È stata la grande esperienza dei primi secoli, perché il tentativo di appiattire la Chiesa sulla realtà ebraica, sulla realtà greca, sulla realtà dei popoli barbari è stata smentita: «Non c’è più né greco né giudeo, né schiavo né libero né uomo né donna perché voi siete un essere solo in Cristo Gesù». 
Il cristianesimo è la Chiesa, e Cristo arriva fino a te incontrandoti nell’unità dei suoi. 
Che cosa rende presente il cristianesimo nel mondo? 
L’unità dei suoi, presente nell’ambiente, in connessione vitale con il vescovo e con il Papa. 
Sono pagine che ha scritto don Luigi Giussani precedendo la Lumen Gentium
Questo è qualcosa che si deve sempre di nuovo conquistare. 
Non può essere dato per scontato e non dipende dalle condizioni. 
Che cosa avviene in questo incontro con Cristo nei suoi? 
Che cosa avviene nella persona? Avviene l’esperienza della novità. 
Ma cos’è la novità? 
La novità della vita è l’esperienza di una corrispondenza imprevedibile ma reale fra questo incontro e la mia umanità. 
Se la fede non genera questo è un’aggiunta posticcia alla vita. 
Perché la vita vuole l’eternità, tutta la vita chiede l’eternità. 
La vita vuole l’eternità, l’incontro con Cristo è la certezza qui ed ora – come spesso diceva papa Giovanni Paolo II –; qui ed ora avviene questo, cioè ti capita di sentirti rivelato nel tuo io più profondo. 
Cristo incontra il mondo perché lo incontra in me anzitutto, perché la partecipazione alla stessa realtà umana e storica ci accomuna. 
Portare Cristo nell’ambiente, nel mondo, vuol dire investire la realtà umana del pezzo di società in cui siamo chiamati a vivere della novità della nostra comunità. 
L’esperienza che Cristo è la risposta alla vita deve diventare ogni giorno che passa più vera per noi, e attraverso di noi deve investire la vita dei nostri fratelli uomini. 
Questo si chiama missione, la presenza della Chiesa come novità di vita che tende a comunicarsi agli uomini. E la missione assume necessariamente il volto del giudizio. 
Perché il giudizio è l’incontro fra la concezione della vita, la realtà di vita nuova che viviamo e la realtà umana, storica, in cui vivono gli uomini. 
La cultura è nata così. Investire il mondo con la serena baldanza di portare la verità di Cristo. Investirla di un giudizio che non è la nostra capacità, è un dovere di coscienza. 
Paragonare tutto ciò che si incontra con la novità di Cristo che abbiamo incontrato. 
Questo è un punto fondamentale. Non c’è età della vita che esima da questo, non c’è responsabilità culturale, sociale, politica, economica, ecclesiastica, non c’è nessuna situazione che esima da questo incessante riproporre l’avvenimento di Cristo agli uomini perché io stesso lo comprenda sempre di più. 
In questo deve essere ripresa quella intuizione di Giovanni Paolo II che definì la missione come l’autorealizzazione della Chiesa. Non una serie di iniziative che si pongono accanto a una Chiesa che ha già trovato la sua consistenza nella sua struttura organizzativa, nel suo pensiero. 
No, la missione è essenziale perché la Chiesa sia se stessa. 
La Chiesa non ha il problema di giudicare il mondo e di cambiare il mondo, ha il compito di giudicare il mondo perché i suoi figli e coloro che si convertono possano vivere loro la responsabilità di trasformare il mondo. 
Non è l’istituzione ecclesiale che trasforma il mondo, è il popolo cristiano che entrando nella società con una certa impostazione ultima dà il suo contributo al cambiamento in meglio della società.
Eccoci dunque alla seconda osservazione. 
Qual è la crisi attuale della cristianità (e per cristianità si deve intendere un’esperienza di popolo cristiano che gioca la sua identità in questo momento della storia)? 
Nel periodo che si estende ai due pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la Chiesa era una realtà che giudicava, e agiva conseguentemente. 
E quindi dava un suo contributo, maggioritario o minoritario non interessa, dava il suo contributo a favorire una lettura della situazione e una linea di sviluppo adeguata, almeno quella che si poteva pensare come adeguata. 
Non era un giudizio astratto, ideologico, era il tentativo di investire la situazione di una certezza di giudizio che nasceva dalla certezza della fede.
Come ha detto George Weigel, a Giovanni Paolo II è stata data la ventura di cambiare il senso della storia. Giovanni Paolo II in forza solo della sua fede, e della sua straordinaria capacità di rivivere tutta la grande esperienza ecclesiale polacca e in essa la grande esperienza del cattolicesimo, ha dimostrato che il comunismo non era invincibile. 
Anche la cristianità si era mossa fino ai tempi di Giovanni Paolo II schiacciata da una ipotesi terribile: che comunque avrebbero vinto loro. 
Ed essendo già scritto che avrebbero vinto loro - per la potenza politica, economica, militare - si trattava di salvare il salvabile. 
Questa espressione tornò continuamente in certi ambiti della cristianità italiana e determinò alcune scelte di tipo ecclesiastico, come ad esempio cosiddetta Ostpolitik, condotta sul filo del “salvare il salvabile”. 
Il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ridato alla cristianità il senso di una unità reale e di un giudizio, e di una doverosità del giudizio.
Su questo oggi c’è la crisi. Non è negabile, oggi la cristianità sembra non essere più in grado di dare dei giudizi pertinenti, ma direi di più. 
Certi settori della cristianità dicono che non è assolutamente necessario dare dei giudizi, anzi che la formulazione dei giudizi rappresenterebbe qualcosa di patologico perché metterebbe in crisi la radicalità e la purezza della fede sporcandola con quelle circostanze di carattere storico e quindi contingenti.
Ciò significa che l’ideale è una Chiesa senza capacità di giudizio, una Chiesa ridotta individualisticamente a certe pratiche spirituali, a certe emozioni individuali o a una certa pratica caritativo-sociale. 
Sono le cose da cui Benedetto XVI mette in guardia la Chiesa all’inizio della sua enciclica Deus caritas est, quando dice che il cristianesimo non è né una serie di pratiche spirituali né dei sentimenti né un progetto di carattere caritativo-sociale, ma è un incontro con una Persona, la sequela di Lui, il cambiamento della vita in Lui, la comunicazione di questa vita nuova agli uomini.
Ci sono degli aspetti gravissimi in questa resistenza al giudizio. 
 La prima implicazione è l’avere alzato bandiera bianca sul problema della vita. 
Dopo aver combattuto per decenni perché la vita fosse al centro dell’esperienza della famiglia e della società, perché fosse considerata come è, indisponibile a tutti se non a Dio e quindi come un valore irriducibile a qualsiasi altra condizione, da riconoscere e da difendere in tutte le fasi dal concepimento fino alla fine della vita, noi abbiamo incominciato con il nostro silenzio a lasciare spazi larghi, spazi sempre più larghi a una manipolazione insieme intellettuale, morale e politica. 
Oggi è diventata maggioritaria l’idea che la vita sia una serie di procedure di carattere bio-fisiologico che possono essere conosciute scientificamente e manipolate tecnologicamente.
Questo silenzio sulla vita, viene poi ribadito da un silenzio pressoché assoluto su quella che è la follia del “gender”, cioè la soppressione della differenza sessuale da qualsiasi indicazione naturale, per una restituzione della sessualità alla pura istintualità, con anche la costruzione di progetti educativi in questo senso. 
Nelle scuole italiane circola un “progetto amore”, con i riconoscimenti da parte delle autorità scolastiche che devono garantire la buona scuola, progetti che sono demenziali: dove si definisce l’equivalenza maschio-femmina, la compresenza nella stessa realtà personale di due tendenze sessuali che devono essere favorite una dopo l’altra.

Aspetti di follia che però sono diventati diffusissimi. 
E nei confronti dei quali esiste una certa reattività delle famiglie. 
Le famiglie sono in posizione sanamente reattiva, ma quasi senza mezzi e senza strumenti. 
Senza strumenti di approfondimento, e senza una guida se non parziale, se non in alcuni posti. Ma siccome qui tutti dicono che sono amici del Papa e che portano avanti la posizione del Santo Padre, io vorrei ricordare che papa Francesco nell’incontro con i vescovi italiani il maggio scorso ha detto: “Siete stati investiti dallo tsunami del gender. 
E che cosa avete fatto? Nulla”. 
Francesco ha detto a 250 vescovi italiani “dovevate giudicare il gender e non l’avete fatto”, che significa anche che non si potrà continuare a rappresentare una Chiesa italiana che non affronti il tema del gender: perché è devastante, sta devastando la coscienza e il cuore del nostro popolo. 
Il silenzio su questo è espressione di una assoluta mancanza di fede.
Collegato a vita e gender è anche il tema dei cosiddetti “nuovi diritti”. 
Si tratta della riduzione dei diritti alla istintualità, ideologica o bio-fisiologica, per cui il diritto è quello che uno ritiene, che vuol provare a essere, con la perdita totale del senso della natura. La natura non è una serie di oggetti, la natura è una realtà vivente, subordinata all’uomo ma vivente. E nel dialogo fra l’uomo e la natura, l’uomo acquisisce valori, insegnamenti, che da solo non riuscirebbe a produrre con la sua sola intelligenza. 
Ecco perché la coscienza entra in rapporto con la natura, e soprattutto la coscienza umana è l’unico punto in cui questo dialogo con la natura acquisisce la fisionomia della legge legata alla natura. 
Per questo Benedetto XVI nell’ultimo periodo del suo pontificato ha richiamato continuamente la necessità di recuperare la verità della natura, del diritto naturale, perché i diritti non diventassero semplicemente una serie di opzioni di carattere individualistico nel senso deteriore.
Queste tre battaglie, che ho appena descritto, sono essenziali per la fede. 
Se si va avanti ancora un po’ di tempo senza una capacità di essere presenti a questo dibattito, senza dare un contributo significativo a questo dibattito, sarà il trionfo del pensiero unico dominante, che ha come caratteristica proprio la volontà di negare la presenza cristiana come una presenza autentica. 
È necessario passare dalla fede alle opere, di non sottrarre nulla all’impatto con la fede. 
I vecchi padri della Chiesa dicevano che «quello che non è stato assunto dal Verbo non è stato salvato». 
Se c’è una cosa nell’esperienza umana, sociale, su cui la fede cristiana non dà un giudizio vuol dire che c’è una realtà del mondo che stando senza l’incontro con Cristo si salva ugualmente e così il Signore non è più il Redentore. 
Diceva invece l’Instrumentum laboris del primo Sinodo sull’evangelizzazione, allora redatto da Paolo VI, che «la fede è la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini».
Allora c’è una osservazione conclusiva. 
Una certa cristianità che ha maturato un suo cammino di fede non deve accettare una rilettura parziale o falsificata della storia della cristianità italiana. 
Che non è la storia di gente che non voleva accettare di non avere più nessuna egemonia e che per avere questa egemonia ha fatto battaglie sul divorzio, sull’aborto e altre. 
Battaglie inutili – si dice - perché si sarebbero perse senz’altro. In realtà per più di una generazione furono battaglie fatte per la fede, per la maturità della fede. 
Sconfitta o vittoria sono state uguali, nel senso che hanno consentito a tutti la maturazione della fede. 
La crisi della Chiesa non è una crisi puntuale, è una crisi ampia. 
Ma non serve un’analisi che tenda a stabilire le responsabilità. 
La Chiesa è di Dio, la Chiesa non viene meno, la modalità con cui Dio guida la sua Chiesa eccede le nostre capacità. 
Però noi abbiamo il compito di fare un’esperienza reale di Chiesa, nel cammino che la Provvidenza ci ha fatto incontrare. 
Facciamo quello che Dio ci ha chiesto di fare poi Dio prenderà quello che stiamo facendo e gli darà il peso. 
I modi e i tempi li sceglie Lui, a noi spetta la nettezza della nostra posizione, che viene dalla lealtà con la nostra coscienza, e la nostra storia, e da quella capacità di compagnia che se ce la facciamo nella concretezza delle nostre condizioni, rende meno arduo il cammino. 
Ricordandoci di quello che diceva il Metastasio: «L’aver compagno al duol, scema l’affanno». 
Mons. Luigi Negri,  Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


 
Immagine : Civitanova Alta ( MC) Madonna degli Angeli nell chiesa omonima

domenica 14 dicembre 2014

L'Angelus del Papa nella Domenica Gaudete : la gioia "è’ quella che viene dalla vicinanza di Dio, dalla sua presenza nella nostra vita"


PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
III Domenica di Avvento "Gaudete", 14 dicembre 2014

Cari fratelli e sorelle, cari bambini, cari ragazzi, buongiorno!

Già da due settimane il Tempo di Avvento ci ha invitato alla vigilanza spirituale per preparare la strada al Signore che viene. 
In questa terza domenica la liturgia ci propone un altro atteggiamento interiore con cui vivere questa attesa del Signore, cioè la gioia. 
La gioia di Gesù, come dice quel cartello: “Con Gesù la gioia è di casa”. 
Ecco, ci propone la gioia di Gesù!


Il cuore dell’uomo desidera la gioia. 
Tutti desideriamo la gioia, ogni famiglia, ogni popolo aspira alla felicità. Ma qual è la gioia che il cristiano è chiamato a vivere e a testimoniare? E’ quella che viene dalla vicinanza di Dio, dalla sua presenza nella nostra vita. Da quando Gesù è entrato nella storia, con la sua nascita a Betlemme, l’umanità ha ricevuto il germe del Regno di Dio, come un terreno che riceve il seme, promessa del futuro raccolto. Non occorre più cercare altrove! Gesù è venuto a portare la gioia a tutti e per sempre. Non si tratta di una gioia soltanto sperata o rinviata al paradiso: qui sulla terra siamo tristi ma in paradiso saremo gioiosi. 
No! Non è questa ma una gioia già reale e sperimentabile ora, perché Gesù stesso è la nostra gioia, e con Gesù la gioia di casa, come dice quel vostro cartello: con Gesù la gioia è di casa. 
Tutti, diciamolo: “Con Gesù la gioia è di casa”. 
Un’altra volta: “Con Gesù la gioia è di casa”. 
E senza Gesù c’è la gioia? 
No! Bravi! 
Lui è vivo, è il Risorto, e opera in noi e tra noi specialmente con la Parola e i Sacramenti.


Tutti noi battezzati, figli della Chiesa, siamo chiamati ad accogliere sempre nuovamente la presenza di Dio in mezzo a noi e ad aiutare gli altri a scoprirla, o a riscoprirla qualora l’avessero dimenticata. Si tratta di una missione bellissima, simile a quella di Giovanni Battista: orientare la gente a Cristo – non a noi stessi! – perché è Lui la meta a cui tende il cuore dell’uomo quando cerca la gioia e la felicità.


Ancora san Paolo, nella liturgia di oggi, indica le condizioni per essere “missionari della gioia”: pregare con perseveranza, rendere sempre grazie a Dio, assecondare il suo Spirito, cercare il bene ed evitare il male (cfr 1 Ts 5,17-22). 
Se questo sarà il nostro stile di vita, allora la Buona Novella potrà entrare in tante case e aiutare le persone e le famiglie a riscoprire che in Gesù c’è la salvezza. In Lui è possibile trovare la pace interiore e la forza per affrontare ogni giorno le diverse situazioni della vita, anche quelle più pesanti e difficili. Non si è mai sentito di un santo triste o di una santa con la faccia funebre. Mai si è sentito questo! Sarebbe un controsenso. Il cristiano è una persona che ha il cuore ricolmo di pace perché sa porre la sua gioia nel Signore anche quando attraversa i momenti difficili della vita. Avere fede non significa non avere momenti difficili ma avere la forza di affrontarli sapendo che non siamo soli. 
E questa è la pace che Dio dona ai suoi figli.


Con lo sguardo rivolto al Natale ormai vicino, la Chiesa ci invita a testimoniare che Gesù non è un personaggio del passato; Egli è la Parola di Dio che oggi continua ad illuminare il cammino dell’uomo; i suoi gesti – i Sacramenti – sono la manifestazione della tenerezza, della consolazione e dell’amore del Padre verso ogni essere umano. 
La Vergine Maria, “Causa della nostra gioia”, ci renda sempre lieti nel Signore, che viene a liberarci da tante schiavitù interiori ed esteriori.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle, io ho dimenticato com’era quella frase. 
Ecco, vediamo: “Con Gesù la gioia è di casa”. 
Tutti insieme: “Con Gesù la gioia è di casa”.


Saluto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali e associazioni, che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo. 
In particolare, saluto i pellegrini di Civitella Casanova, Catania, Gela, Altamura, e i giovani di Frosinone.


Nel salutare i fedeli polacchi, mi unisco spiritualmente ai loro connazionali e a tutta la Polonia, che oggi accendono la “candela di Natale” e riaffermano l’impegno di solidarietà, specialmente in questo Anno della Caritas che si celebra in Polonia.


E ora saluto con affetto i bambini venuti per la benedizione dei “Bambinelli”, organizzata dal Centro Oratori Romani. Complimenti! 
Voi siete stati bravi, siete stati gioiosi qui in piazza, complimenti! E adesso portate il presepio benedetto. Cari bambini, vi ringrazio della vostra presenza e vi auguro buon Natale! Quando pregherete a casa, davanti al vostro presepe, ricordatevi anche di pregare per me, come io mi ricordo di voi. La preghiera è il respiro dell’anima: è importante trovare dei momenti nella giornata per aprire il cuore a Dio, anche con le semplici e brevi preghiere del popolo cristiano. Per questo, oggi ho pensato di fare un regalo a tutti voi che siete qui in piazza, una sorpresa, un regalo: vi darò un piccolo libretto tascabile che raccoglie alcune preghiere, per i vari momenti della giornata e per le diverse situazioni della vita. 
E’ questo. 
Alcuni volontari lo distribuiranno. 
Prendetene uno ciascuno e portatelo sempre con voi, come aiuto a vivere tutta la giornata con Dio. 
E perché non dimentichiamo quel messaggio tanto bello che voi avete fatto qui con il cartello: “Con Gesù la gioia è di casa”. Un’altra volta: “Con Gesù la gioia è di casa”. Bravi!

A tutti voi un cordiale augurio di buona domenica e di buon pranzo. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. 
Arrivederci! 
E tanta gioia!